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Come costruire un portafoglio anti-crisi per il 2026? Le possibili strategie
10 marzo, di Salvatore Casolaro — Analisi dei Mercati
Quando si parla di portafoglio “da crisi globale”, la reazione istintiva di molti investitori non professionali è rifugiarsi negli asset tradizionalmente considerati difensivi: oro, dollaro, titoli di Stato e liquidità.
Ma il 2026 non è il 2008, né il 2020. Oggi gli scenari sono molto diversi e forse ancora più complessi: frammentazione geopolitica crescente con numerosi conflitti in atto, debiti pubblici elevati, competizione tecnologica tra potenze economiche ed un ritorno massiccio delle politiche industriali, con gli Stati che intervengono direttamente nello sviluppo di alcuni settori economici strategici, come il riarmo. In uno scenario del genere, costruire un portafoglio davvero resiliente richiede qualcosa di più sofisticato della semplice fuga verso i beni rifugio.
La prima domanda da porsi non è tanto «cosa comprare in caso di guerra o crisi globale?», ma piuttosto «quale tipo di crisi i mercati stanno realmente prezzando?». Una crisi finanziaria rapida come nel 2008? Una fase prolungata di stagflazione? Oppure uno shock geopolitico con effetti sulle materie prime e sulle catene di approvvigionamento? Di seguito si cercherà di dare una risposta sintetica a tali domande, cercando successivamente di fornire elementi utili per la costruzione di un portafoglio coerente con la situazione di crisi attuale. Si farà riferimento ad una disponibilità dal valore ipotetico di 1 mln di euro che contribuirà ai fini esemplificativi dell'analisi.
Shock finanziario o cambio strutturale di regime?
Lo stato di crisi che sta caratterizzando anche questi primi mesi del 2026 sembra presentare aspetti profondamente diversi rispetto a quelli degli anni precedenti. Le crisi del 2008 e del 2020, pur nella loro intensità, si sono alla fine rivelate shock relativamente circoscritti nel tempo e nelle implicazioni sistemiche. La fase attuale si sviluppa invece in un quadro molto più complesso, dove il cambio di paradigma del quadro geopolitico che si sta configurando è allo stesso tempo causa ed effetto delle attuali fragilità in ambito economico e finanziario, con spinte di natura strutturale sui mercati, sulle catene di approvvigionamento, sui prezzi dell'energia e sull'equilibrio degli scambi globali.
Quali sono allora le linee guida essenziali per costruire un “portafoglio da crisi”, che possa garantire protezione nel breve periodo e capacità di adattamento alle trasformazioni strutturali dell'economia globale?
Una premessa è doverosa: le crisi mettono alla prova non solo i mercati, ma anche l'investitore. Il vero errore non è la perdita temporanea, ma liquidare il portafoglio per panico. Un portafoglio da crisi deve essere quindi coerente con la tolleranza alla volatilità.Liquidità e oro: flessibilità e protezione nel portafoglio
Una riserva liquida, gestita in modo efficiente, rappresenta uno strumento di elasticità per affrontare le fasi di volatilità nei mercati. Disporre di capitale immediatamente disponibile consente infatti di reagire con maggiore flessibilità agli shock finanziari, evitando di dover liquidare posizioni strategiche in momenti di stress dei mercati. Allo stesso tempo, la liquidità permette di cogliere opportunità di investimento che spesso emergono proprio nelle fasi di correzione, quando la discesa dei prezzi crea condizioni più favorevoli per entrare su asset di qualità.
Nel nostro portafoglio di riferimento da 1 milione di euro, il primo passo da porre in essere è destinare circa il 15% del capitale (150.000 euro) a titoli di Stato a breve scadenza di economie avanzate e strumenti monetari ad elevata liquidità. Tra le opzioni più utilizzate dagli investitori istituzionali figurano i titoli governativi europei di breve durata. Dal punto di vista degli strumenti quotati, ETF monetari ampiamente utilizzati includono ad esempio iShares € Ultrashort Bond UCITS ETF, focalizzato su obbligazioni investment grade europee a brevissima scadenza, oppure Amundi Prime Euro Government Bills UCITS ETF, che replica titoli di Stato dell'area euro con scadenze molto brevi e volatilità contenuta. Questi strumenti consentono di mantenere liquidità investita con un livello di rischio limitato e accesso immediato al capitale.
Accanto alla riserva monetaria, una componente in oro pari a circa il 10% del portafoglio (100.000 euro) svolge una funzione di copertura nei confronti di shock geopolitici, instabilità valutaria e tensioni sui mercati del debito sovrano. L'esposizione può essere ottenuta tramite oro fisico o attraverso, anche in questo caso, ETF che replicano il prezzo del metallo prezioso, come SPDR Gold Shares oppure Invesco Physical Gold ETC, strumenti ampiamente utilizzati per ottenere un'esposizione diretta al metallo con elevata liquidità.
Nel complesso, la combinazione tra liquidità e oro porta il 25% del portafoglio a svolgere una funzione di stabilizzazione e flessibilità operativa.Titoli di Stato: diversificazione e struttura della curva
Nel portafoglio obbligazionario la questione non è più semplicemente “sicurezza”, ma correlazione macro e struttura della curva dei rendimenti. Con livelli di debito pubblico elevati in quasi tutte le economie sviluppate, concentrare l'esposizione su un singolo emittente sovrano aumenta il rischio di shock idiosincratici legati a spread, politica fiscale o credibilità del debito. La funzione dei titoli di Stato diventa quindi soprattutto quella di stabilizzatore macro e di diversificazione geografica.
In un portafoglio da 1 milione di euro, una quota obbligazionaria di questo tipo potrebbe aggirarsi intorno al 30% del capitale (300.000 euro) ed essere articolata come segue:- circa 20% (200 mila euro) può essere destinata a debito sovrano europeo con fondamentali solidi come i Bund, che restano il benchmark risk-free dell'area euro e tendono a beneficiare di flussi difensivi quando si ampliano gli spread periferici. Una quota va destinata anche a strumenti indicizzati all'inflazione; in questo contesto può trovare spazio anche un titolo come il BTP Valore, ma con una logica specifica: più che per il rendimento nominale, questo strumento è interessante per la struttura step-up delle cedole e il premio fedeltà finale, oltre alla fiscalità agevolata;
- un altro 10% (100 mila euro) sui U.S. Treasury, in relazione alla profondità del mercato e la loro tradizionale funzione di hedge nonostante il ruolo attuale degli Stati Uniti nella guerra e le possibili implicazione di rischio cambio.Settori azionari sostenuti da domanda strutturale
In questo contesto assumono particolare importanza le aziende con reale pricing power, cioè quelle in grado di aumentare i prezzi dei propri prodotti o servizi senza perdere quote di mercato. Si tratta di imprese con forti barriere competitive, marchi consolidati o posizioni dominanti nelle rispettive filiere industriali, capaci di trasferire a valle l'aumento dei costi, mantenendo margini e redditività.
La quota azionaria complessiva potrebbe rappresentare il 30% (300.000 euro) ed essere orientata verso settori che combinano barriere all'ingresso elevate con contratti pubblici di lungo periodo ed offrono quindi una maggiore stabilità degli utili rispetto ai comparti più esposti al ciclo economico.
Nel comparto aerospazio e sicurezza, aziende europee come Leonardo e BAE Systems beneficiano dell'espansione dei bilanci militari e della crescente integrazione dei sistemi di difesa occidentali. Nei semiconduttori avanzati, società come ASML (società olandese di semiconduttori), Broadcom (società statunitense) e STMicroelectronics (sede Ginevra e quotata anche in Italia) occupano posizioni strategiche nella filiera globale dei chip, sostenute dalla domanda di infrastrutture digitali e intelligenza artificiale.
Un ruolo analogo è svolto dalle infrastrutture energetiche e dalle reti elettriche. Gruppi come Eaton, Iberdrola e NextEra Energy operano in mercati caratterizzati da investimenti pluriennali legati alla transizione energetica, alla modernizzazione delle reti e alla crescita dei data center.
Sul lato dei metalli strategici per la transizione energetica, grandi gruppi minerari globali come Rio Tinto e BHP permettono di beneficiare della crescente domanda di rame, litio e altri materiali essenziali per elettrificazione, batterie e infrastrutture energetiche.La componente immobiliare: reddito reale e diversificazione
In un portafoglio di lungo periodo, l'immobiliare può svolgere una funzione di diversificazione e generazione di reddito reale. A differenza delle azioni tradizionali, gli asset immobiliari sono spesso legati a contratti di locazione pluriennali indicizzati all'inflazione, che contribuiscono a stabilizzare i flussi di cassa anche in fasi di volatilità dei mercati finanziari.
Nel nostro portafoglio di riferimento, destinare circa il 15% del capitale (150.000 euro) al real estate può contribuire a bilanciare la componente azionaria e obbligazionaria. L'esposizione può avvenire sia tramite investimenti diretti sia attraverso società immobiliari quotate o fondi specializzati.
Particolare interesse mostrano oggi alcuni segmenti strutturalmente sostenuti da trasformazioni economiche di lungo periodo. I REIT focalizzati su logistica e infrastrutture digitali, ad esempio, beneficiano della crescita dell'e-commerce e dei data center. Tra gli operatori più rilevanti a livello globale figurano Prologis, specializzata in magazzini logistici, e Digital Realty, attiva nelle infrastrutture per data center.
Inserita in modo equilibrato, la componente immobiliare contribuisce quindi a creare una fonte di reddito relativamente stabile e una protezione parziale contro l'inflazione, migliorando la diversificazione complessiva del portafoglio.Una possibile allocazione strategica del portafoglio: riepilogo
Sulla base delle considerazioni precedenti una possibile configurazione del nostro portafoglio resiliente da 1 milione di euro sarà caratterizzato da:
- circa il 30% in azioni di società con reale capacità di determinare i prezzi, ossia imprese in grado di difendere margini e utili anche in presenza di inflazione o rallentamento economico;
- un 30% in obbligazioni governative di qualità, con l'obiettivo di generare reddito cedolare e stabilizzare il portafoglio; in questo ambito rientrano anche strumenti pensati per il risparmio retail come il BTP Valore, caratterizzati da cedole crescenti e premio fedeltà a scadenza.
- una quota del 10% può essere destinata all'oro come riserva di valore;
- un 15% mantenuto in liquidità o strumenti monetari, che garantisce flessibilità per cogliere eventuali opportunità di mercato o gestire fasi di volatilità accentuata;
- un ulteriore 15% in asset immobiliari, diretti oppure tramite società e fondi quotati, che contribuiscono alla generazione di flussi di reddito relativamente stabiliDISCLAIMER
Le informazioni e le considerazioni contenute nel presente articolo non devono essere utilizzate come unico o principale supporto in base al quale assumere decisioni relative agli investimenti. Il lettore mantiene la piena libertà nelle proprie scelte d'investimento e la piena responsabilità nell'effettuazione delle stesse, poiché egli solo conosce la sua propensione al rischio e il suo orizzonte temporale. Le informazioni contenute nell'articolo sono fornite a mero scopo informativo e la loro divulgazione non costituisce e non è da considerarsi un'offerta o sollecitazione al pubblico risparmio. -
I 3 settori che stanno dominando il 2026 (uno è davvero inatteso)
8 marzo, di Lorenzo Raffo — Risparmio e Investimenti
È sempre importante fare il punto dei settori che performano di più sui mercati finanziari. In termini sia di Paesi sia di settori.
La prima fotografia relativa al 2026 e quindi ai primi due mesi evidenzia un verdetto netto.
Chi vince il confronto?
A sorpresa la Corea e quindi tutti i vari ETF che replicano Seul e dintorni. Su Borsa Italiana sono in totale otto, con caratteristiche diverse. Di qui performance differenti fra i vari replicanti. Il primo in classifica è l'iShares Msci Korea (Isin IE00B5W4TY14), che è anche quello di dimensioni maggiori. Replica i titoli a più elevata capitalizzazione ma ha come valuta di denominazione l'Usd. Logicamente l'indice replica azioni nella divisa nazionale, il won. Non c'è solo l'ottima performance da inizio 2026 (+33,8%) da segnalare ma anche quella ben più rilevante a un anno, semplicemente strepitosa (+122%).
A cosa si deve tutto questo?
A una popolazione molto propensa a investire in Borsa, al punto tale che in Asia la si è soprannominata “esercito di formiche del trading”. In effetti ciò dipende anche da un'elevata propensione alle tecnologie e alle app dell'intelligenza artificiale. C'è però ora un segnale preoccupante. Il listino principale, il Kospi, è crollato letteralmente di quasi il 20% in due sedute, a seguito delle tensioni mediorientali. Ciò ha fatto temere che si stesse assistendo a una bolla, destinata a sgonfiarsi.
Al secondo posto nella graduatoria dei "best performer”?
Il settore delle società impegnate nell'esplorazione e produzione del petrolio. È un mondo in piena trasformazione, complici le evoluzioni tecnologiche e le pressioni da guerra mediorientale. In quest'ambito si sono evidenziati due ETF: il VanEck Oil Services (Isin IE000NXF88S1), con un +35,3% su due mesi, e l'Invesco US Energy Sector (Isin IE00B435CG94), con un +24,8%. Il secondo si caratterizza per una quotazione molto elevata, scambiando oltre i 650 Usd, con una lunga storia alle spalle.
Terzo infine?
A sorpresa il mondo dell'estrazione di uranio, che ha perfino battuto quello dei produttori di oro. L'HANetf Sprott Junior Uranium Miners (Isin IE00075IVKF9) – relativo alle società di piccole e medie capitalizzazioni – ha raddoppiato di prezzo nell'arco di un anno, con un “minore” +33% da inizio 2026.
Petrolio e uranio risulteranno ancora interessanti nei prossimi mesi?
Sì ma dobbiamo fare presente che in entrambi i casi si tratta di ETF che replicano l'azionario dell'industria estrattiva e non le materie prime. La differenza è sostanziale, sebbene ci siano logicamente relazioni fra la prima e le seconde, pur con tempistiche non sempre coincidenti.
I settori emergenti da valutare sempre con gli ETF
Ce n'è uno un po' diverso in un contesto correlato con l'intelligenza artificiale. Va valutato soprattutto perché è innovativo.
Di cosa si tratta? Del Robeco NextGen Global Small-Cap (Isin IE000OHXGWO8), ora quotato su Borsa Italiana. Le small cap (piccole capitalizzazioni) globali sono uno dei segmenti più ampi del mercato azionario ma risentono anche di una copertura poco efficiente da parte degli analisti. Con migliaia di società, valutazioni relativamente carenti e indici non sempre efficaci, l'asset class offre un terreno fertile per le strategie attive. Il nuovo ETF di tale tipo di Robeco si avvale dell'apprendimento automatico per identificare le opportunità offerte da questo ampio universo, individuando in modo dinamico le caratteristiche più importanti per ciascun titolo. La strategia è in grado di scoprire la presenza di schemi che altri modelli potrebbero ignorare, creando un contesto ideale per la generazione di alpha, che consiste nell'individuare titoli che sovraperformino il proprio indice di riferimento, offrendo buoni rendimenti rispetto ai rischi di mercato. Dato che neppure i modelli di IA più avanzati possono però prescindere dal giudizio umano, soprattutto in condizioni estreme o impreviste, i gestori di portafoglio di Robeco si sono dati il compito di verificare la costante validità delle ipotesi generate dall'intelligenza artificiale.Le small cap
Naturalmente quello delle small cap è un asset molto volatile e correlato all'andamento dell'economia mondiale.
Negli ultimi anni non ha sovraperformato, come accaduto invece per le grandi capitalizzazioni. Vediamo il caso dell'ETF Ishares Msci Emu Small Cap (Isin IE00B3VWMM18), relativo all'area europea. Ha come valuta di denominazione naturalmente l'euro. Nell'ultimo anno ha accelerato al rialzo (+21,5%) con una buona progressività ma l'accelerazione è avvenuta quasi solo da metà 2025, mentre precedentemente il settore era rimasto calmo.Quanto è strategico?
Lo è in ottica di diversificazione di un portafoglio. Di solito gli investitori tendono a concentrarsi troppo sull'azionario delle big, soprattutto dopo la sbornia da intelligenza artificiale. Ora è meglio differenziare l'economia su cui si punta, sebbene si debba tenere conto che la specifica volatilità delle small cap è una variabile spesso di non facile gestione.
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Dall’euforia al panico in 8 giorni. Attenzione a questo ETF
6 marzo, di Redazione Money Premium — ETF e Fondi
A fine febbraio 2026 i mercati finanziari si muovono in un contesto complesso: Wall Street resta vicina ai massimi storici, l'intelligenza artificiale continua ad attirare capitali e gli investitori sono tornati a cercare esposizione verso società non ancora quotate ma considerate strategiche per il prossimo ciclo tecnologico.
In questo scenario si inserisce il caso del SpaceX ETF, che sta mettendo alla prova i limiti strutturali degli ETF ibridi tra pubblico e privato e riaccende il ricordo del ARKK trade.
Il protagonista è l'ERShares Private-Public Crossover ETF (ticker XOVR), gestito da ERShares. Il fondo nasce con l'obiettivo dichiarato di offrire agli investitori retail accesso a società private ad alta crescita attraverso una struttura quotata e liquida. La maggior parte del portafoglio è composta da grandi titoli tecnologici guidati dai fondatori, come Meta, Nvidia e Palantir Technologies. Tuttavia, fino al 15% del patrimonio può essere investito in società non quotate, il massimo consentito per i fondi aperti secondo la normativa statunitense.
Il vero elemento distintivo è l'esposizione a SpaceX, la società spaziale fondata da Elon Musk. Nel 2024 l'ingresso di SpaceX nel portafoglio è stato presentato come un evento chiave. Nel 2025 la partecipazione è stata ulteriormente incrementata, trasformando di fatto l'ETF in una sorta di proxy quotato della società privata più ambita al mondo. La valutazione di SpaceX è salita fino a 800 miliardi di dollari in un round di finanziamento e ha poi toccato i 1.000 miliardi nella combinazione con xAI.
La dinamica dei flussi ha però creato un forte squilibrio. A dicembre si è assistito a un'impennata degli afflussi nel fondo, concentrati in pochi giorni e per importi molto rilevanti. Subito dopo, oltre 600 milioni di dollari sono usciti rapidamente, riportando le masse su livelli molto più contenuti. Secondo Joel Shulman, CEO di ERShares, si è trattato di capitali speculativi entrati per sfruttare la rivalutazione attesa della quota SpaceX e usciti dopo aver tentato di catturare il rialzo.
Lo schema ricorda quanto accaduto con gli ETF di ARK Invest prima delle IPO di Figma, Bullish e Klarna: creazione di quote in anticipo rispetto a un evento potenzialmente profittevole, tentativo di beneficiare dell'effetto annuncio e successiva uscita rapida.
Il problema attuale è che, dopo i deflussi, la partecipazione in SpaceX è arrivata a rappresentare oltre il 40% del patrimonio dell'ETF, ben al di sopra del limite del 15% previsto per asset considerati illiquidi nei fondi aperti dalla U.S. Securities and Exchange Commission. La regola stabilisce che un fondo non possa detenere più del 15% in strumenti che non siano ragionevolmente liquidabili entro sette giorni a prezzi coerenti con le valutazioni correnti. In caso di superamento, è necessario notificare il consiglio di amministrazione e predisporre un piano di rientro.
Alcuni operatori hanno sostenuto che le partecipazioni in grandi società private come SpaceX siano “meno liquide” ma non propriamente “illiquide”, cercando di aggirare l'applicazione rigorosa del limite. In passato la SEC ha mostrato poca tolleranza verso interpretazioni di questo tipo, ma il clima regolamentare recente appare più flessibile rispetto agli anni precedenti.
Il rischio per l'ETF è strutturale. Se si verificassero ulteriori deflussi, il peso relativo di SpaceX aumenterebbe ancora, perché le vendite colpirebbero principalmente le componenti quotate del portafoglio. Questo complicherebbe il lavoro dei market maker nella creazione e nel rimborso delle quote e, in uno scenario estremo, potrebbe portare a restrizioni temporanee sulle nuove sottoscrizioni o sui riscatti.
Secondo Morningstar, la situazione rappresenta un potenziale punto di svolta nella gestione del rischio degli ETF che includono asset privati in misura significativa. L'idea di inserire strumenti illiquidi in un veicolo a liquidità giornaliera funziona finché i flussi restano stabili; quando diventano volatili, la tensione emerge in modo evidente.
Il futuro del SpaceX ETF dipende ora da due variabili: la capacità del gestore di ridurre progressivamente la quota privata e l'andamento dei flussi. Nuovi afflussi o una forte performance dei titoli quotati in portafoglio potrebbero riequilibrare il peso di SpaceX nel tempo. Un'eventuale IPO della società, ipotizzata dal mercato per il 2026, risolverebbe gran parte delle criticità.
Nel frattempo, il caso rappresenta un banco di prova per l'intero settore: la combinazione tra liquidità giornaliera e asset privati ad altissima valutazione può attrarre investitori in cerca di opportunità esclusive, ma espone anche a rischi di concentrazione e a tensioni regolamentari che, in fasi di mercato meno favorevoli, potrebbero diventare esplosive.
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Gli ETF sul nucleare non sono tutti uguali. Ecco come sceglierli bene
2 marzo, di Guido Giaume — ETF e Fondi
Negli ultimi mesi il nucleare è tornato al centro dell'attenzione degli investitori. Il tema della sicurezza energetica, il controllo delle filiere strategiche e i piani di investimento annunciati a livello globale hanno riacceso l'interesse verso un settore che per anni era rimasto ai margini del dibattito finanziario.
In questo contesto, molti risparmiatori si sono avvicinati agli ETF tematici sul nucleare, spesso con un presupposto implicito: se replicano un indice e appartengono alla stessa categoria, allora “uno vale l'altro”.
In realtà non è così.
L'etichetta è la stessa, la composizione no
Sotto l'etichetta “ETF nucleare” possono convivere strumenti con esposizioni molto diverse tra loro.
Alcuni prodotti sono maggiormente concentrati sui produttori di uranio e sulle società attive nell'estrazione della materia prima. Altri includono aziende legate alla costruzione di reattori, alla componentistica industriale o alle nuove tecnologie come i reattori modulari SMR. Altri ancora ampliano l'universo includendo gruppi industriali attivi nell'ingegneria energetica o nella gestione degli impianti.
La differenza non è solo teorica. Incide in modo diretto sul profilo di rischio e sulla volatilità del fondo.
Un ETF più esposto ai minerari dell'uranio tende a muoversi in modo sensibile alle dinamiche della commodity. Un ETF con maggiore presenza di società tecnologiche o industriali risente invece delle aspettative sugli investimenti, sulle politiche energetiche e sull'evoluzione normativa.
Sono due logiche diverse, anche se rientrano nello stesso settore.
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Il tema del “fuel control”
Negli ultimi anni si è affermata una narrativa che pone al centro non tanto la costruzione dei reattori quanto il controllo del combustibile. L'arricchimento dell'uranio, la disponibilità di HALEU (High-Assay Low-Enriched Uranium) per i reattori avanzati e la dipendenza dalle importazioni sono diventati elementi strategici.
Secondo alcune analisi di settore, la cosiddetta “rinascita nucleare” non riguarda soltanto nuovi impianti, ma la sicurezza della catena di approvvigionamento. Questo ha spinto gli investitori a guardare con maggiore attenzione alle società attive nell'estrazione, conversione e arricchimento del combustibile.
Gli ETF che privilegiano questi segmenti hanno beneficiato di questa fase.
Ma si tratta di una scelta di posizionamento, non di una semplice esposizione generica al nucleare.Performance diverse, storie diverse
Osservando l'andamento di due ETF sul nucleare quotati in Europa si nota una divergenza significativa di performance nell'ultimo periodo. Uno dei due ha registrato un apprezzamento decisamente superiore rispetto all'altro.
Tuttavia, attribuire questa differenza alla “qualità” dello strumento sarebbe riduttivo.
La performance riflette soprattutto quale parte della filiera ha beneficiato maggiormente della fase di mercato: materie prime, società industriali consolidate o aziende più orientate all'innovazione tecnologica.
Inoltre, va considerato un elemento tecnico importante: uno dei due ETF è stato lanciato da meno di un anno. Questo significa che non ha ancora attraversato un ciclo completo di mercato né una fase di stress settoriale. Valutare uno strumento con uno storico così breve richiede cautela, perché le performance iniziali possono essere influenzate da condizioni particolarmente favorevoli.
Un settore lungo e complesso
Il nucleare è una filiera articolata, con tempi di sviluppo molto lunghi e forte dipendenza da decisioni politiche e regolatorie. Gli investimenti sono capital intensive, spesso pluriennali, e legati a strategie nazionali di sicurezza energetica.
All'interno della catena del valore si possono distinguere diverse aree:
- upstream (estrazione dell'uranio)
- conversione e arricchimento
- produzione del combustibile
- progettazione e costruzione dei reattori
- componentistica e servizi ingegneristici
Un ETF può essere più esposto a uno di questi segmenti rispetto agli altri. Di conseguenza, il suo comportamento in Borsa sarà influenzato da variabili differenti.
Ridurre tutto alla categoria “nucleare” rischia di semplificare eccessivamente una struttura industriale complessa.
La domanda da porsi prima di investire
Quando si valuta un ETF tematico sul nucleare, la prima domanda non dovrebbe essere quale abbia reso di più nell'ultimo anno.
Più utile chiedersi quale parte della storia si vuole intercettare: l'eventuale superciclo dell'uranio? La crescita della domanda di arricchimento? L'innovazione tecnologica dei reattori di nuova generazione? Oppure la stabilità di grandi gruppi industriali legati alla filiera energetica?
Ogni scelta comporta un diverso equilibrio tra volatilità, ciclicità e dipendenza dalle politiche pubbliche.Gli ETF non sono strumenti identici solo perché condividono un tema. La loro costruzione riflette criteri di selezione, pesi settoriali e priorità strategiche differenti.
In un comparto complesso come il nucleare, comprendere questa distinzione è un passaggio essenziale per inquadrare correttamente il rischio e le aspettative. -
Da 10.000 a 11.900 euro in 4 mesi con l’ETF che tutti avevano dato per morto
28 febbraio, di Claudia Cervi — ETF e Fondi
Fino a ottobre era l'ETF che nessuno voleva più. Troppo lento per un mercato drogato di intelligenza artificiale e colossi tecnologici. Nei commenti si parlava di un fondo ormai superato, destinato a restare indietro rispetto all'S&P 500.
Poi qualcosa è cambiato. In quattro mesi quell'ETF dato per morto ha messo a segno un +19%. Diecimila euro sono diventati 11.900 mentre molti continuavano a guardare altrove.
È stato un caso? Un rimbalzo tecnico? O stiamo assistendo a un cambio di fase più profondo, legato alla rotazione settoriale, al rallentamento del ciclo restrittivo sui tassi e a un mercato che sta tornando a premiare utili e dividendi?
Quando un asset ignorato per anni torna improvvisamente a sovraperformare l'S&P 500, vale la pena fermarsi un attimo per capire che cosa sta cambiando sotto la superficie.
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Perché l'ETF dei dividendi sta battendo l'S&P 500 proprio ora
Negli anni in cui l'S&P 500 correva trainato da pochi colossi, lo Schwab US Dividend Equity ETF (SCHD) restava indietro per la sua identità. Poca tecnologia, più energia, industria e consumi difensivi.
A partire dalla fine del 2025 però i mercati hanno iniziato a prezzare un ciclo di tassi meno rigido rispetto alla fase più aggressiva del 2022-2024, riaprendo il tema della rotazione. Dalla crescita a ogni costo si è tornati ai flussi di cassa e all'economia reale. Anche l'intelligenza artificiale ha iniziato a generare effetti indiretti su energia e infrastrutture.
L'ETF SCHD si è trovato esattamente in quella zona che per mesi era stata considerata poco interessante. La sua esposizione ai titoli energetici, considerata un limite, si è trasformata in un vantaggio nel momento in cui il mercato ha iniziato a riscoprire gli asset reali.
C'è poi un altro fattore che ha pesato: questo ETF ribilancia il portafoglio con regolarità, alleggerendo le posizioni diventate care e aumentando il peso su società con dividendi solidi e prezzi più interessanti. Nelle fasi di rotazione chi non si adatta perde terreno. Lo SCHD, invece, ricalibra il portafoglio.
Simulazione con 10.000 euro, quanto avresti guadagnato con l'ETF SCHD rispetto all'S&P 500
I numeri raccontano più di qualsiasi commento. Tra fine ottobre 2025 e fine febbraio 2026, lo SCHD è salito da 26,48 a 31,51 dollari. Quasi il 19% in quattro mesi. Nello stesso periodo lo SPY, l'ETF che replica l'S&P 500, è passato da 680,05 a 693,15 dollari, poco meno del 2%.
Tradotto in modo semplice. Con 10.000 euro investiti sullo SCHD, ipotizzando cambio stabile, oggi avresti circa 11.900 euro. Lo stesso importo su SPY oggi varrebbe attorno a 10.190 euro. Una differenza di oltre 1.700 euro in appena quattro mesi.
È un intervallo breve e il cambio EUR/USD può incidere sul risultato finale. Ma il dato resta. In una fase in cui molti guardavano solo alla tecnologia, un ETF focalizzato su dividendi e settori più “reali” ha nettamente sovraperformato l'indice americano più seguito al mondo.
Non è una garanzia sul futuro dato che i mercati cambiano direzione più spesso di quanto si pensi. Il problema è che molti se ne accorgono solo quando la rotazione è già finita.
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