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Small cap, è arrivata l’ora della rivincita. Ecco 3 ETF da comprare subito
6 maggio, di Redazione Money Premium — ETF e Fondi
Nel mese di aprile il segmento delle small cap americane ha vissuto uno dei momenti più brillanti degli ultimi anni, attirando l'attenzione di investitori e gestori professionali.
Dopo un lungo periodo in cui le large cap tecnologiche avevano monopolizzato i guadagni di mercato, i titoli a piccola capitalizzazione hanno dimostrato una vitalità inaspettata, registrando performance che riportano alla memoria i cicli espansivi post-crisi.
Questo risveglio non rappresenta soltanto un rimbalzo tecnico, ma potrebbe segnalare l'inizio di una fase più strutturale di rotazione settoriale e di stile, favorita dal recupero dell'economia reale, dal miglioramento degli utili aziendali e da un contesto di tassi potenzialmente più accomodante. Per gli abbonati che seguono con attenzione l'evoluzione degli asset class alternativi alle megacap, comprendere le dinamiche in corso diventa essenziale per valutare eventuali aggiustamenti di portafoglio e cogliere opportunità di diversificazione.
La straordinaria rimonta del Russell 2000
Il Russell 2000, principale indice di riferimento per le small cap statunitensi, ha chiuso aprile con un guadagno superiore al 12%, la performance mensile più forte da novembre 2020. Un risultato che ha permesso all'indice di sovraperformare nettamente il S&P 500, salito “solo” del 10,4% nello stesso periodo. Si tratta di un'inversione di tendenza significativa: per gran parte degli ultimi anni le grandi società tecnologiche avevano dominato gli indici, mentre le imprese più piccole faticavano a emergere. Il balzo di aprile ha riportato le small cap al centro dell'attenzione, evidenziando come, in determinate fasi di mercato, possano offrire rendimenti superiori grazie a una maggiore sensibilità al ciclo economico.
Le aspettative di continuazione del trend
Gli strategist di Bank of America ritengono che la sovraperformance delle small cap registrata da inizio anno non sia un fenomeno passeggero. Secondo il loro rapporto di giovedì, questo segmento dovrebbe continuare a guidare il mercato, sostenuto principalmente dal recupero degli utili per azione (EPS) e dalla ripresa del settore manifatturiero. Gli analisti sottolineano inoltre che gli investitori non sono obbligati a limitarsi al semplice benchmark Russell 2000: esistono infatti opportunità sia attraverso una gestione attiva sia puntando su temi specifici all'interno dell'universo small cap.
Migliorare i rendimenti con ETF tematici
Per catturare un potenziale extra-rendimento, il team di Bank of America ha evidenziato alcuni exchange traded fund specializzati. Tra questi spicca lo iShares US Small-Cap Equity Factor ETF (SMLF), caratterizzato da un'elevata qualità fondamentale: oltre l'80% delle società in portafoglio è profittevole, contro circa due terzi del Russell 2000. Il fondo, che riceve cinque stelle e rating gold da Morningstar, ha guadagnato più dell'11% da inizio 2026 con un costo annuo (expense ratio) molto contenuto dello 0,15%.
Tra le partecipazioni di rilievo figurano nVent Electric, titolo legato alle infrastrutture per l'intelligenza artificiale in rialzo di oltre il 65% quest'anno, e Jabil, fornitore di Apple, che segna un +48% nel 2026.Un'altra soluzione interessante per chi vuole puntare sulla dinamica degli utili è il Janus Henderson Small Cap Growth Alpha ETF (JSML). Questo ETF seleziona società dove gli analisti stanno rivedendo al rialzo con decisione le proprie stime. Le revisioni degli utili rappresentano storicamente un fattore “all-weather” particolarmente efficace nel segmento small cap. Il fondo presenta il rapporto di revisioni più elevato tra gli ETF small cap monitorati da Bank of America, è salito di quasi il 14% da inizio anno e ha un expense ratio dello 0,30%. Nel portafoglio emergono nomi come Bloom Energy, play sul settore dell'energia per data center esploso di oltre il 230% nel 2026, e Credo Technology, altra azione legata alle infrastrutture dati in crescita del 35% quest'anno.
Per chi desidera ampliare lo sguardo oltre i confini americani, Bank of America segnala l'Avantis International Small Cap Value ETF (AVDV). Il fondo ha guadagnato il 13% da inizio anno con un expense ratio dello 0,36% e, secondo gli strateghi, ha dimostrato di sovraperformare le large cap growth statunitensi dal periodo post-Covid, offrendo al contempo valutazioni più attraenti e una correlazione inferiore con il mercato complessivo.
Una quota moderata per una maggiore diversificazione
Nonostante il momentum positivo, è ragionevole destinare una porzione tra il 5% e il 10% del portafoglio alle small cap per migliorare la diversificazione rispetto alle large cap che spesso pesano eccessivamente sugli investimenti privati. Tuttavia, sottolinea la necessità di un approccio selettivo: analizzare con cura i bilanci, la solidità patrimoniale e la crescita dei ricavi resta fondamentale. In un contesto di mercato in evoluzione, le small cap potrebbero continuare a offrire opportunità interessanti per gli investitori pazienti e ben informati, rappresentando una componente preziosa di un portafoglio equilibrato e resiliente.
DISCLAIMER
Le informazioni e le considerazioni contenute nel presente articolo non devono essere utilizzate come unico o principale supporto in base al quale assumere decisioni relative agli investimenti. Il lettore mantiene la piena libertà nelle proprie scelte d'investimento e la piena responsabilità nell'effettuazione delle stesse, poiché egli solo conosce la sua propensione al rischio e il suo orizzonte temporale. Le informazioni contenute nell'articolo sono fornite a mero scopo informativo e la loro divulgazione non costituisce e non è da considerarsi un'offerta o sollecitazione al pubblico risparmio. -
ETF bancari, i 4 ISIN che stanno facendo impazzire i portafogli degli italiani
6 maggio, di Redazione Money Premium — ETF e Fondi
Dopo i risultati eccezionali di UniCredit, Banco BPM e altri big del credito italiano e iberico, l'indice STOXX Europe 600 Banks ha toccato livelli vicini ai massimi storici, confermando come le banche rappresentino oggi uno dei comparti più dinamici del listino continentale. Per i risparmiatori e gli investitori italiani, questo scenario non è solo una notizia di mercato: rappresenta un'opportunità concreta per diversificare il portafoglio senza dover selezionare singole azioni, con il vantaggio di costi contenuti e una liquidità elevata.
Gli ETF sulle banche permettono infatti di ottenere un'esposizione pura al credito europeo, mitigando i rischi di concentrazione tipici delle singole società quotate, e si adattano perfettamente al profilo fiscale italiano, soprattutto nella versione ad accumulazione che consente di differire la tassazione al momento del realizzo.
Per l'investitore retail italiano, che spesso ha un portafoglio dominato da BTP o conti deposito, inserire un ETF bancario significa aggiungere un componente azionario difensivo ma con upside significativo, senza dover monitorare ogni giorno bilanci e guidance. La scelta però non è banale: esistono differenze sostanziali tra gli indici replicati, tra politica di distribuzione e accumulazione, tra costi e dimensioni del fondo, e queste influiscono direttamente sul rendimento netto a lungo termine e sulla gestione quotidiana del risparmio.
I quattro ETF bancari più adatti agli investitori italiani: caratteristiche e differenze operative
Tra le soluzioni disponibili spicca l'Amundi EURO STOXX Banks UCITS ETF Acc con ISIN LU1829219390, che con un TER dello 0,30 per cento e un patrimonio gestito di circa 4,94 miliardi di euro rappresenta la scelta più robusta per chi cerca massima esposizione all'Eurozona e una dimensione che garantisce spread ridottissimi anche su Borsa Italiana. Trattandosi di un fondo ad accumulazione con replica fisica, permette al risparmiatore italiano di beneficiare del differimento fiscale al 26 per cento solo al momento della vendita, evitando la tassazione annuale sulle distribuzioni che invece colpisce i fondi a distribuzione.
A seguire, l'Amundi STOXX Europe 600 Banks UCITS ETF Acc con ISIN LU1834983477, sempre con TER dello 0,30 per cento e patrimonio intorno ai 2,5 miliardi di euro, offre una versione allargata all'Europa che include il Regno Unito. Anche questo è ad accumulazione e fisica, ideale per chi vuole una maggiore diversificazione geografica senza rinunciare alla convenienza fiscale italiana. Rispetto al gemello Eurozona, presenta un'esposizione più bilanciata, con minor concentrazione sui big iberici e italiani, e risulta quindi leggermente meno volatile nelle fasi di tensione domestiche ma potenzialmente meno reattivo alle buone notizie provenienti dal credito tricolore.
Costi, distribuzione e liquidità: quale impatto reale sul rendimento netto
L'iShares STOXX Europe 600 Banks UCITS ETF (DE) con ISIN DE000A0F5UJ7, TER intorno allo 0,46-0,47 per cento e patrimonio gestito di circa 3,43 miliardi di euro, si distingue invece per la politica di distribuzione, con cedole pagate fino a quattro volte l'anno. Questo può risultare attraente per il risparmiatore italiano che cerca un flusso di reddito periodico da reinvestire o da integrare alla pensione, ma comporta una tassazione immediata al 26 per cento sulle distribuzioni, riducendo l'effetto compounding rispetto alle versioni ad accumulazione. La replica fisica completa e la quotazione su Xetra lo rendono estremamente liquido, con volumi giornalieri elevati che minimizzano lo slippage anche per ordini di medie dimensioni, un vantaggio concreto per chi opera tramite home banking italiano.
Infine, l'Invesco STOXX Europe 600 Optimised Banks UCITS ETF Acc con ISIN IE00B5MTWD60, TER contenuto allo 0,20 per cento e patrimonio intorno ai 570 milioni di euro, emerge come la soluzione più economica in assoluto tra quelle analizzate. Ad accumulazione e con replica sintetica, offre un risparmio sui costi che nel lungo periodo può tradursi in decine di punti base aggiuntivi di rendimento annuo, soprattutto per chi investe somme importanti o utilizza piani di accumulo mensili. Sebbene la dimensione minore lo renda leggermente meno liquido rispetto ai colossi di Amundi e iShares, rimane comunque perfettamente negoziabile su Borsa Italiana e Xetra, con spread che raramente superano i pochi centesimi.
Indicazioni operative concrete per integrare gli ETF bancari nel portafoglio
Dal punto di vista operativo, l'investitore italiano dovrebbe considerare un peso tattico tra il 5 e il 12 per cento del comparto azionario complessivo, mai superiore al 15 per cento per evitare una concentrazione settoriale eccessiva. Chi ha un profilo moderato può optare per l'Amundi EURO STOXX Banks UCITS ETF Acc come core holding, acquistandolo in PAC mensile per mediare le oscillazioni legate ai tassi e alle trimestrali future.
Chi invece è più aggressivo e vuole massimizzare l'efficienza fiscale e di costo potrebbe costruire un mix 50-50 tra l'Amundi EURO STOXX Banks UCITS ETF Acc per l'esposizione Italia-centrica e l'Invesco STOXX Europe 600 Optimised Banks UCITS ETF Acc per abbattere ulteriormente il TER medio del satellite bancario. In ogni caso, il momento attuale post-trimestrali favorevoli suggerisce di entrare gradualmente o di attendere una correzione del 5-8 per cento legata a possibili annunci di taglio tassi più aggressivi da parte della BCE, che potrebbero temporaneamente pesare sui margini di interesse.
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Le informazioni e le considerazioni contenute nel presente articolo non devono essere utilizzate come unico o principale supporto in base al quale assumere decisioni relative agli investimenti. Il lettore mantiene la piena libertà nelle proprie scelte d'investimento e la piena responsabilità nell'effettuazione delle stesse, poiché egli solo conosce la sua propensione al rischio e il suo orizzonte temporale. Le informazioni contenute nell'articolo sono fornite a mero scopo informativo e la loro divulgazione non costituisce e non è da considerarsi un'offerta o sollecitazione al pubblico risparmio. -
Il segreto dei bond che rendono il doppio dei BTP (e nessuno conosce)
5 maggio, di Tommaso Scarpellini — Analisi dei Mercati
Mentre lo spread BTP-Bund sale e i rendimenti dei titoli di Stato italiani ti tengono sveglio la notte, c'è un angolo del mercato obbligazionario che sta facendo esattamente l'opposto: sta volando. Non è sui giornali. Non è nelle raccomandazioni delle banche. Non è nel portafoglio del risparmiatore medio italiano. Ma i numeri parlano chiaro: performance del +3% da gennaio, rendimenti complessivi tra il 6% e l'8%, e una resilienza distintiva.
Il problema? Molto probabilmente nessuno te ne ha mai parlato. E c'è una ragione precisa.
La categoria dimenticata
Si chiamano high yield emergenti e fallen angels. Nomi che suonano esotici, forse pericolosi. Ma i dati raccontano un'altra storia. Mentre i BTP a 10 anni hanno perso terreno con i rendimenti saliti dal 3,5% al 4,1% in due mesi, fondi specializzati come l'Amundi Emerging Markets Bond hanno guadagnato quasi il 3% da gennaio. Il VanEck Global Fallen Angel High Yield Bond ha fatto il +2,9%. Stesso periodo, stesso mercato in fiamme per la guerra in Iran. Eppure loro hanno tenuto.
Anzi, hanno sovraperformato.
I primi dieci fondi obbligazionari per performance nel 2026 hanno una media del +2%. A un anno, +8,3%. E la maggior parte sono concentrati su credito emergente e high yield speculativo.
Il segreto dei fallen angels
E ti dirò di più: i fallen angels, obbligazioni societarie declassate da investment grade a high yield, potrebbero aver sovraperformato il mercato globale dell'high yield in 15 degli ultimi 20 anni. È un'opportunità che potrebbe esistere da sempre. Ma che in Italia quasi nessuno sfrutta. Perché?
Semplice: abitudine. L'investitore italiano medio ha il portafoglio obbligazionario concentrato. È una scelta comprensibile.
Eppure dipende da che punto di vista analizzi la situazione, che tutto cambia. Le obbligazioni societarie high yield dei mercati emergenti potrebbero offrire esposizione a grandi economie in forte crescita, che stanno diventando progressivamente più indipendenti nella definizione delle politiche monetarie e fiscali.
Tradotto: mentre l'Europa rischia la stagflazione e gli USA combattono con l'inflazione energetica, Paesi come Cina, India, Uzbekistan stanno crescendo. E le loro aziende emettono bond con rendimenti tra il 6% e l'8%. Certo, il rischio di credito è più alto.
Il confronto che cambia tutto
Ma attenzione. Facciamo un confronto diretto. Un BTP a 10 anni oggi rende il 4,1% lordo. Togli il 12,5% di tassazione, arrivi al 3,59% netto. Sottrai l'inflazione attesa al 3-4%, e il rendimento reale potrebbe essere quasi zero o negativo.
Un fondo di high yield emergenti rende il 6-8% lordo. Anche togliendo il 26% di tassazione (più alta perché non sono titoli di Stato), arrivi al 4,4-5,9% netto. Con inflazione al 3%, il rendimento reale potrebbe oscillare tra l'1,4% e il 2,9%.C'è quindi uno spread che non è regalato: sarebbe frutto di un premio al rischio maggiore.
Il rischio di credito: cosa significa davvero
Un rischio derivante dal cosiddetto rischio di credito. In parole semplici: la probabilità che l'emittente non riesca a pagare gli interessi o rimborsare il capitale a scadenza. Nei mercati emergenti, questo rischio è statisticamente più elevato. Le economie possono essere più volatili. Le valute meno stabili. I sistemi legali meno tutelanti per i creditori.
Questo si traduce in tassi di default storicamente superiori rispetto ai bond investment grade dei Paesi sviluppati. Secondo le analisi di mercato, il tasso di default medio annuo per l'high yield globale potrebbe oscillare tra l'1,5% e il 3%, contro lo 0,1-0,3% dell'investment grade. Nei mercati emergenti, in fasi di stress, questo numero potrebbe salire ulteriormente.
Quindi il rischio di prendere proprio l'obbligazione che va in default aumenta. E con essa, la possibilità di perdita in conto capitale. Se compri un singolo bond di una società emergente e quella società fallisce, potresti perdere l'intero capitale investito. È un rischio concreto.
La diversificazione come antidoto
Ma qui entra in gioco la logica della diversificazione. Un ETF o un fondo obbligazionario high yield emergenti non investe in una singola obbligazione. Ne contiene centinaia e migliaia. Il VanEck Fallen Angel, per esempio, potrebbe avere in portafoglio oltre 200 titoli diversi. L'Amundi Emerging Markets Bond potrebbe superare i 300.
Cosa significa? Che se una di quelle obbligazioni va in default, l'impatto sul fondo è limitato. Poniamo che un fondo abbia 300 posizioni equi-pesate. Ogni obbligazione pesa circa lo 0,33% del totale. Se una va in default e perdi il 100% di quel capitale, la perdita complessiva del fondo sarebbe dello 0,33% e in teoria non del 100% del tuo investimento.
La diversificazione, quindi, trasforma un rischio individuale elevato in un rischio complessivo gestibile. Non lo elimina. Lo diluisce. E lo compensa con un rendimento medio atteso più alto rispetto ai titoli di Stato europei.
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Il vero confronto: rischio/rendimento
Ecco perché la logica sta nella diversificazione. Non si tratta di puntare tutto su un bond emergente. Si tratterebbe di inserire nel portafoglio una quota di strumenti che, grazie alla loro natura diversificata, potrebbero offrire un extra-rendimento rispetto ai titoli di stato, compensando adeguatamente il rischio aggiuntivo.
Certo, la volatilità potrebbe essere maggiore. In fasi di stress di mercato, questi fondi potrebbero soffrire più dei titoli di Stato. Ma nel medio-lungo termine, il carry (la cedola) e il potenziale di apprezzamento in conto capitale potrebbero compensare ampiamente le oscillazioni di breve.
Allora perché nessuno te ne parla? L'investitore italiano medio preferisce strumenti familiari. Ma i numeri, alla fine, parlano da soli. E potrebbero raccontare una storia diversa da quella che ti è stata venduta fino a oggi.
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Se investi in ETF potresti perdere fino al 30% dei dividendi senza saperlo
3 maggio, di Pietro Pisello — ETF e Fondi
Nella scelta di un buon ETF, dopo aver individuato l'indice da replicare, l'investitore tende spesso a concentrarsi su una seconda variabile chiave: il TER, ovvero il costo annuo dello strumento. In linea generale, un TER più basso è associato a una maggiore efficienza e, quindi, rappresenta un primo filtro utile nella selezione.
Tuttavia, fermarsi a questo parametro può essere fuorviante: pochi basis point di differenza nei costi possono infatti nascondere inefficienze fiscali ben più rilevanti, capaci di incidere in modo significativo sul rendimento complessivo.
Un esempio emblematico riguarda gli investimenti in indici statunitensi o globali, come l'S&P 500 o l'MSCI World. In questi casi esiste un aspetto sottovalutato, ossia che sulla componente di titoli USA si può subire una tassazione alla fonte sui dividendi che arriva fino al 30%, anche quando si investe tramite ETF ad accumulazione.
Si tratta di un costo “invisibile”, che non compare nel TER ma che può erodere una parte consistente dei rendimenti nel lungo periodo.
La buona notizia è che esiste un modo per ridurre questo impatto, e passa principalmente dalla domiciliazione dell'ETF. Vediamo meglio di cosa si tratta e perché può fare la differenza.ETF e dividendi: il costo nascosto che può arrivare al 30%
È importante chiarire fin da subito che questo meccanismo riguarda anche gli ETF ad accumulazione. Spesso si pensa che, non distribuendo dividendi, questi strumenti siano esenti da qualsiasi forma di tassazione intermedia. In realtà non è così: gli ETF ad accumulazione incassano comunque i dividendi e li reinvestono automaticamente al loro interno, contribuendo ad aumentare il valore della quota nel tempo.
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Prima però che questi dividendi vengano reinvestiti, subiscono una tassazione nel Paese di origine delle azioni. Nel caso delle aziende statunitensi, ad esempio, questa ritenuta alla fonte può arrivare fino al 30%. Si tratta quindi di un prelievo “a monte”, poco visibile per l'investitore ma comunque reale, che incide indirettamente sulla performance dell'ETF.
Come accennato, esiste però un modo per ridurre questo impatto fiscale, e dipende in larga parte dalla domiciliazione e dalla struttura dello strumento stesso.ETF irlandesi e sintetici: come ridurre la tassa sui dividendi
Quando un ETF è domiciliato in Irlanda - e oggi, per fortuna, si tratta della grande maggioranza degli strumenti disponibili - entra in gioco un elemento fondamentale. Esiste, infatti, un trattato contro la doppia imposizione tra Stati Uniti e Irlanda. Grazie a questo accordo, la tassazione sui dividendi di origine americana viene ridotta in modo significativo.
Nel caso degli ETF a replica fisica domiciliati in Irlanda, infatti, la ritenuta alla fonte scende dal 30% al 15%. Questo si traduce in un maggiore ammontare di dividendi netti che l'ETF può reinvestire, con un impatto positivo, nel tempo, sulla performance complessiva.Ma non è finita qui. Esiste poi un'altra categoria spesso poco considerata, ma molto interessante dal punto di vista dell'efficienza fiscale: gli ETF a replica sintetica. In questi casi, attraverso l'utilizzo di contratti swap, l'ETF riesce a replicare l'andamento dell'indice come se la tassazione sui dividendi fosse pari a zero. Sì, zero. È vero che entra in gioco una “swap fee”, ma nella maggior parte dei casi si tratta di un costo inferiore rispetto al vantaggio fiscale ottenuto.
In sintesi, gli ETF fisici domiciliati in Irlanda risultano generalmente più efficienti rispetto a quelli domiciliati in altri Paesi, mentre gli ETF sintetici possono spingersi ancora oltre in termini di performance netta.
Detto questo, è importante ricordare che esistono anche altri fattori e rischi da valutare: non si tratta quindi di una scelta automatica, ma di una decisione che va contestualizzata in base alle proprie esigenze.DISCLAIMER
Le informazioni e le considerazioni contenute nel presente articolo non devono essere utilizzate come unico o principale supporto in base al quale assumere decisioni relative agli investimenti. Il lettore mantiene la piena libertà nelle proprie scelte d'investimento e la piena responsabilità nell'effettuazione delle stesse, poiché egli solo conosce la sua propensione al rischio e il suo orizzonte temporale. Le informazioni contenute nell'articolo sono fornite a mero scopo informativo e la loro divulgazione non costituisce e non è da considerarsi un'offerta o sollecitazione al pubblico risparmio. -
Come trasformare 10.000€ in 250.000€ con questi ETF
28 aprile, di Claudia Cervi — ETF e Fondi
Se nel 1993 avessi investito 10.000 euro oggi ne avresti oltre 250.000. È quello che è successo davvero a chi è rimasto investito nel mercato americano.
Comprare azioni è una delle strategie più efficaci per costruire ricchezza nel lungo periodo. Ma c'è un modo ancora più semplice ed efficiente, secondo Warren Buffett e altri investitori di successo, per partecipare alla crescita dei mercati: investire in ETF.
Ma c'è una regola fondamentale da seguire.
Come 10.000€ diventano in 250.000€ con questi ETF
Sulla carta è semplice. Nella realtà, un po' meno. Perché nessuno, nemmeno Warren Buffett, è mai riuscito a comprare ai minimi e vendendo ai massimi. Berkshire Hathaway è entrata su ETF come lo SPDR S&P 500 ETF Trust e il Vanguard S&P 500 ETF solo nel 2019, per poi uscirne a fine 2024, portando comunque a casa un guadagno vicino al 120%.
Facciamo un esempio reale. Cosa sarebbe successo se nel 1993 avessi investito nello SPY? Con 15 milioni di lire (equivalenti a 10.000 dollari) avresti comprato 227 quote a un prezzo di 44 dollari. Anno dopo anno, reinvestendo i dividendi, quelle 227 quote sarebbero diventate circa 413 quote. Oggi, con lo SPY intorno ai 700 dollari, il valore complessivo sarebbe di circa 293.000 dollari, ovvero poco più di 250.000 euro.
Se invece lo stesso investimento fosse stato fatto nel 2010, scegliendo il più recente Vanguard S&P 500 ETF (VOO), il punto di partenza sarebbe stato di circa 124 quote acquistate a poco più di 100 dollari. Dopo 15 anni, le quote sarebbero diventate circa 162, per un valore complessivo di circa 105.000 dollari, pari a 83.000 euro.
In valore assoluto lo SPY ha fatto meglio, semplicemente perché ha avuto più anni per crescere. Ma su base annua è il VOO a vincere il confronto, con circa il 12% di rendimento medio contro il 10,4%.
Questi ETF, che replicano l'indice S&P 500, hanno storicamente garantito rendimenti costanti nel lungo termine. Sfruttando il potere dell'interesse composto, è possibile aspettarsi una crescita simile in futuro, specie in un contesto di mercati solidi e in espansione.
Sebbene i risultati del passato non garantiscano quelli futuri, il principio resta valido. Ed è lo stesso che Buffett ripete da anni: per la maggior parte degli investitori, un ETF sull'S&P 500 a basso costo resta una delle scelte più solide per guadagnare soldi nel lungo termine.
I segreti del successo di questo ETF
Vediamo di seguito le caratteristiche principali che rendono questi ETF un investimento così interessante nel lungo periodo:
1) Tempo: uno dei fattori chiave che ha permesso all'ETF SPDR S&P 500 e al Vanguard S&P 500 ETF di eccellere è il tempo. Il primo è stato lanciato nel gennaio 1993 e ha accumulato un rendimento medio annuo del 10,4%, con un rendimento cumulativo del 2.830% in 30 anni. A confronto, un investimento simile nell'ETF Vanguard S&P 500, che è entrato nel mercato più tardi, avrebbe generato un rendimento del 580%. La differenza nel rendimento è principalmente attribuibile al tempo: l'ETF SPDR ha beneficiato di più di due decenni di crescita del mercato e del reinvestimento dei dividendi.
2) Diversificazione: entrambi gli ETF investono in un ampio paniere di 500 società, spaziando tra vari settori e industrie. Questo approccio non solo riduce il rischio derivante da una eccessiva concentrazione, mitigando l'impatto di eventuali cali di valore di singole azioni, ma consente anche di trarre vantaggio da trend di mercato e opportunità di crescita. Storicamente, investire in un ETF che replica l'andamento dell'S&P 500 ha dimostrato di essere una strategia vincente nel lungo termine. Questi ETF sono estremamente liquidi, permettendo all'investitore di vendere rapidamente le quote sul mercato.
3) Ribilanciamento: gli ETF vengono costantemente ribilanciati con l'aggiunta e l'eliminazione di azioni nel portafoglio del fondo, in modo da garantire che le migliori performance rimangano nel portafoglio, mentre le azioni che mostrano rendimenti scadenti vengano sostituite. Questo approccio consente di massimizzare i rendimenti nel tempo.
4) Gestione dei costi: l'ETF SPDR S&P 500 ha un costo annuo medio dello 0,0945% ed è già è particolarmente competitivo rispetto ad altri fondi, che possono presentare costi significativamente più elevati. Mantenere bassi i costi di gestione contribuisce a un potenziale aumento dei rendimenti, specie nel lungo periodo. Per questo motivo, oggi gli investitori preferiscono l'ETF Vanguard S&P 500 con un rapporto di spesa annuale (TER) dello 0,03%.
Piccole percentuali che su un investimento di 10.000 euro diventano circa 850 euro (1.000 dollari) in più in poco più di 15 anni. Ma è sul lungo periodo che il divario si allarga: in 30 anni si parla di circa 7.000 dollari, cioè oltre 6.000 euro.DISCLAIMER
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