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€77.840 investiti oggi sul bond EIB 0,05% rating AAA diventano €100.000 a scadenza
31 luglio, di Stefano Vozza — Mercato obbligazionario
Secondo i gestori patrimoniali, la via maestra per la costituzione di un capitale a scadenza passa per il PAC, il Piano di Accumulo del Capitale, appunto. Un discorso che non fa una grinza di una virgola visto che per ogni obiettivo, orizzonte temporale e profilo di rischio esiste lo strumento adatto allo scopo. Il PAC da modo di accumulare capitale nel tempo, in piccole dosi e in maniera costante, in vista del risultato finale. In tale ottica, è perfetto per chi non dispone di grosse somme da investire oggi e basa tutto sul futuro risparmio mensile.
A volte però capitano situazioni inverse per cui c'è già un capitale da investire in vista di una precisa cifra finale. Tra le tante opzioni e alternative di mercato, ecco come 77.840 € investiti oggi sul bond EIB 0,05% rating AAA diventano 100.000 € a scadenza.
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L'obbligazione in euro dell'European Investment Bank
Il riferimento è all'EIB Tf 0,05% Eur con ISIN XS2055781962 e in scadenza il 13/10/'34, tra 8,205 anni residui. L'acronimo EIB sta per European Investment Bank, Banca Europea per gli Investimenti (BEI nella dicitura italiana), ed è la banca di proprietà degli Stati membri UE. È operante dal 1958 e fornisce garanzie, consulenza e prestiti a lungo termine su progetti utili agli obiettivi UE.
Neanche a dirlo, è un emittente tra i più solidi al mondo con rating creditizio tripla A. Un giudizio prestigioso frutto dalla solidità dei soci, la qualità dei crediti erogati (a basso rischio), l'enorme affidabilità della banca che riesce a finanziarsi a tassi esigui.
L'obbligazione ha un flottante di 3 mld di € mentre il lotto minimo del titolo è di 1.000 €, tassati allo stesso modo dei BTP. È quasi privo di cedola, visto che lo 0,05% lordo annuo (periodicità annua) a stento basta a pagare tasse e spese di gestione.
Le quotazioni attuali dell'EIB Tf 0,05% Oct34 Eur
Sul MOT, il mercato secondario delle obbligazioni, il titolo può definirsi illiquido. Negli ultimi 30 giorni i contratti e i controvalori giornalieri si sono attestati nel range 1-2 i primi, ed entro i 25mila € i secondi. Al tempo dell'articolo, dopo 4 ore di mercati aperti non è avvenuto ancora un solo scambio. L'assenza di cedole ne frena l'appeal così il bond cade quasi nel dimenticatoio e nella cerchia dei “non graditi”.
Tuttavia, oltre all'elevato rating il titolo coniuga il forte sconto sul prezzo di ingresso. Quello ufficiale è a 77,84 centesimi per cui l'effettivo a scadenza è del 3,16% (dati: Borsa Italiana). Sul timeframe YTD i valori min-max sono 76,88 e 79,97, mentre sul 5Y tra 68 e 101 circa. Ha una volatilità annua bassa e una duration modificata a 7,94.
Il crollo delle quotazioni consente di entrare a forte sconto sul prezzo finale, per un rialzo del 28,4686% dai corsi attuali. Ad esempio 77.840 € ivi confluiti diverrebbero 100mila lordi a scadenza, e così via per altri eventuali tagli attuali e rispettivi montanti finali. Sotto questo punto di vista, e usando un po' la fantasia, è un po' come un BOT illiquido di lungo termine.
Infine, ha un altro grosso vantaggio di matrice fiscale, dato che la tassazione viene quasi per intero differita al giorno di rivendita o a naturale scadenza.
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77.840 € investiti oggi sul bond EIB 0,05% rating AAA diventano 100.000 € a scadenza
Ora, l'ipotetico obiettivo dei 100mila € potrebbe raggiungersi anche con qualche grado di rischio in più. Qui il prezzo da pagare sarebbe il sacrificio della certezza assoluta di quel montante a scadenza. Facciamo un paio esempi per essere più chiari.
Immaginiamo di fare 50% e 50% tra l'EIB Tf 0,05% Oct34 Eur e il BTP Tf 5% 1Ago34 Eur, ISIN IT0003535157 e yield attuale a 3,7% grazie ai prezzi a 108,82. In questo caso il montante dei 100mila € finale (due scadenze leggermente diverse) sarebbe netto di tasse e spese grazie ai maggiori guadagni del bond MEF.
Per i più audaci (secondo esempio), invece, potrebbe starci un mix tra il bond EIB e un ETF azionario, in cui il primo darebbe stabilità e il secondo audacia. L'orizzonte degli 8 anni non è il proprio il massimo per sfruttare la potenzialità dei mercati azionari, ma neanche irrisorio da definirlo ininfluente.
Qui il vero dilemma starebbe nei pesi, tipo meglio uno “spregiudicato” 60-40 (bond-ETF) o un più prudenziale 90-10? È una decisione altamente personale e soggettiva alla quale è impossibile rispondere. Ragioniamo di fantasia e consideriamo un caso intermedio come il 77% sull'EIB (60mila €) e 23% su un fondo passivo azionario ad accumulazione. Qui destiniamo i residui 17.800 circa (ci sono le spese al broker) e poi non effettuiamo nessun versamento aggiuntivo successivo. Ancora, stimiamo un prudenziale tasso di crescita medio annuo dei mercati del 6,00% lordo.
Bene, al termine degli 8 anni secondo il calcolatore di Banca d'Italia il montante lordo generato dal fondo passivo sarebbe 28.370 €. Ad esso poi si sommerebbe il montante certo legato al bond EIB, per un capitale finale di qualche migliaio oltre i 100mila € netti. Certo, non è una certezza assoluta, perché potrebbe capitare che i prossimi 8 anni di Borse siano tutti negativi. Statisticamente improbabile ciò accada a livello mondiale, ma difficile non vuol impossibile. Ecco, il vero rischio sta tutto qui.
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Azioni singole o ETF, cosa conviene a chi inizia a investire?
23 luglio, di Emanuele Di Baldo — Risparmio e Investimenti
Se stai muovendo i primi passi sui mercati, prima o poi arrivi alla domanda più gettonata e più sottovalutata di tutte: azioni o ETF, quale conviene? La risposta non è “dipende” per pigrizia. Dipende perché cambiano rischio, tempo, costi, fisco e perfino la probabilità di combinare guai nei primi sei mesi.
E nel 2026 il contesto è ben definito: a fine giugno il patrimonio investito in ETF, ETC ed ETN quotati su Borsa Italiana ha toccato 221,6 miliardi di euro, contro i 187,3 miliardi di fine 2025, con un balzo del 18,3% in sei mesi e controvalori scambiati sul mercato ETFplus in crescita del 60,4% rispetto allo stesso periodo dell'anno prima.
Insomma, gli italiani hanno scoperto il paniere. Ma il paniere non è automaticamente la scelta giusta per tutti, ed è per questo che tali dinamiche servono proprio a capire quando lo è e quando no.
Indice dei contenuti
- Differenza tra azioni ed ETF: che cosa sapere
- La prima domanda che devi farti: che investitore vuoi essere?
- Azioni singole: quando hanno senso e quando diventano una “collezione di figurine”
- ETF: perché piacciono tanto a chi parte da zero (e cosa dicono i dati)
- Gli svantaggi veri degli ETF
- Costi: TER, commissioni del broker e lo spread che nessuno considera
- Il fattore fiscale: nel 2026 il fisco è entrato nell'equazione
- Piccolo capitale iniziale: cosa conviene davvero?
- ETF per principianti: cosa cercare e cosa evitare
- Azioni per principianti: un metodo minimo per non andare a caso
- La strategia core-satellite: il compromesso più sensato
- Gli errori che si vedono più spesso (e come non commetterli)
Differenza tra azioni ed ETF: che cosa sapere
Le azioni singole sono quote di proprietà di una singola società. Se compri un titolo bancario o una big tech stai scommettendo su quella storia: utili, management, concorrenza, regolazione, scandali, cicli economici.
Gli ETF (Exchange Traded Fund) sono fondi quotati in Borsa che replicano un indice o un paniere: azioni, obbligazioni, materie prime. Con un solo ordine puoi esporti a decine, centinaia o migliaia di titoli. Da qui nasce la parola chiave per chi comincia: diversificazione. Il listino milanese, del resto, non lascia scuse: a fine giugno 2026 gli strumenti quotati su ETFplus erano 2.419, di cui 1.993 ETF, con gli azionari sui mercati sviluppati come principale asset class (104,6 miliardi di masse) seguiti dagli obbligazionari (68 miliardi).
La prima domanda che devi farti: che investitore vuoi essere?
Per molti principianti la scelta non è tra strumenti, ma tra due modi di stare al mondo. C'è l'approccio da selezionatore, che sceglie poche aziende, le studia, le segue e accetta che qualcuna possa andare malissimo. E c'è l'approccio da costruttore di portafoglio, che punta a partecipare alla crescita dei mercati nel lungo periodo riducendo il rischio di puntare sul cavallo sbagliato.
Non è una gara di intelligenza, è una gara di coerenza: se non hai tempo né voglia di leggere bilanci, seguire trimestrali e capire settori e macroeconomia, l'ETF non è la “scelta facile”, è semplicemente la scelta compatibile con la vita che fai. E i numeri della Consob raccontano che la maggioranza dei risparmiatori italiani è in questa seconda categoria, anche senza saperlo:
nell'ultimo Rapporto sulle scelte di investimento delle famiglie italiane, l'obiettivo prioritario indicato è la protezione del capitale (81% degli intervistati), mentre la crescita del capitale si ferma al 55%. Le azioni, intanto, sono presenti nel portafoglio del 32% del campione, i fondi comuni nel 36%.
Azioni singole: quando hanno senso e quando diventano una “collezione di figurine”
Partiamo dai pro.
- Il primo è il potenziale di rendimento extra: se azzecchi un'azienda che cresce più del mercato, il guadagno può essere molto superiore a quello di un indice.
- Il secondo è il controllo, perché decidi tu cosa comprare e cosa evitare, per settore, Paese o convinzione personale.
- Il terzo sono i possibili dividendi, che però non sono una rendita garantita: il consiglio di amministrazione può tagliarli quando vuole.
Poi c'è la parte che pesa davvero nel lungo periodo, ed è il rischio specifico. Se investi 1.000 euro su due o tre titoli e uno crolla per un evento circoscritto (un profit warning, un aumento di capitale, una causa legale, un cambio regolatorio), il colpo al portafoglio è enorme e non hai nulla che lo assorba. C'è poi il fattore tempo: non serve guardare il grafico ogni giorno, serve però continuità. E serve freddezza, perché quando un titolo scende è facilissimo trasformare un investimento in una tifoseria.
L'Osservatorio Consob su questo è impietoso: chi acquista direttamente azioni tende a movimentare eccessivamente il portafoglio, a vendere troppo presto i titoli in guadagno e a tenere troppo a lungo quelli in perdita, un errore cognitivo noto come disposition bias, particolarmente diffuso tra i trader online, che a parità di condizioni registrano performance peggiori. Ultimo punto, spesso ignorato: il rischio di narrativa. Chi inizia potrebbe fare l'errore di comprare storie e titoli “di cui parlano tutti”, non valutazioni.
ETF: perché piacciono tanto a chi parte da zero (e cosa dicono i dati)
Gli ETF sono diventati la porta d'ingresso di moltissimi investitori retail per un motivo banale: fanno bene tre cose che i principianti faticano a fare da soli.
- La prima è la diversificazione automatica: con un ETF azionario globale o su un indice ampio riduci drasticamente l'impatto della crisi di una singola società.
- La seconda è la semplicità operativa, perché non devi scegliere «l'azione giusta» ma una strategia (azionario globale, Stati Uniti, Europa, mercati emergenti, obbligazionario).
- La terza sono i costi: gli ETF indicizzati hanno un TER che in genere oscilla tra lo 0,03% e lo 0,5% annuo a seconda della complessità, ovvero tra 3 e 50 euro l'anno su 10.000 euro investiti.
C'è poi l'argomento che a chi inizia interessa più di ogni altro: battere il mercato è difficile anche per i professionisti. Lo certifica ogni sei mesi lo SPIVA Scorecard di S&P Dow Jones Indices, e l'edizione europea di fine 2025, pubblicata il 19 marzo 2026, non lascia molto spazio all'interpretazione. Nella categoria con il maggior numero di fondi disponibili, l'azionario globale denominato in euro, il 71% dei fondi a gestione attiva ha fatto peggio dell'indice S&P World nell'arco dell'anno. Sul fronte paneuropeo la percentuale sale all'82% rispetto all'S&P Europe 350. Nel complesso, la sottoperformance è risultata maggioritaria in 18 categorie azionarie su 21, con tassi di successo inferiori al 25% in più della metà dei comparti. Oltreoceano il quadro è simile: lo SPIVA U.S. Year-End 2025 registra il 79% dei fondi azionari large cap statunitensi sotto l'S&P 500, il quarto peggior risultato in venticinque anni di rilevazioni.
Gli svantaggi veri degli ETF
Un ETF non elimina il rischio: lo spalma. Se i mercati scendono, scende anche lui, e con la stessa violenza dell'indice che replica. Non solo: sotto la stessa etichetta convivono prodotti profondamente diversi. Gli ETF a leva, inversi, iper-settoriali o tematici alla moda possono essere più pericolosi di un'azione scelta male, proprio perché il nome “fondo” regala un falso senso di sicurezza.
E attenzione a un trend molto forte del 2026: accanto alla replica passiva stanno crescendo con rapidità gli ETF a gestione attiva. Nel solo mese di giugno su ETFplus sono stati quotati 32 nuovi prodotti e il patrimonio globale degli ETF attivi ha superato a fine maggio i 2,49 trilioni di dollari. Sono strumenti legittimi, ma non sono la stessa cosa di un indicizzato a basso costo, e i numeri SPIVA appena visti riguardano proprio la difficoltà della gestione attiva a battere il benchmark.
Infine, un ETF ampio ti dà il rendimento del mercato meno i costi: se il tuo obiettivo dichiarato è battere il mercato selezionando vincitori, hai scelto lo strumento sbagliato per definizione.
Costi: TER, commissioni del broker e lo spread che nessuno considera
Qui si decide gran parte della convenienza pratica, e la contabilità va fatta su tre voci. Sulle azioni singole paghi le commissioni di acquisto e vendita del broker, gli eventuali costi sui mercati esteri e lo spread denaro-lettera, che pesa parecchio sui titoli poco liquidi. Sugli ETF paghi comunque le commissioni del broker, perché l'ETF si compra in Borsa come un'azione, più il TER (Total Expense Ratio), il costo annuo interno già riflesso nel prezzo, più anche qui lo spread, che varia con la liquidità del prodotto.
Esempio pratico, numeri indicativi: se investi 1.000 euro in un ETF con TER dello 0,20%, il costo interno è di circa 2 euro l'anno. Se però paghi 5 euro di commissione per ogni acquisto e fai un PAC mensile da 50 euro, in un anno versi 600 euro e ne bruci 60 in commissioni: il 10% del capitale investito. Il TER, in quel caso, è l'ultimo dei tuoi problemi.
Le contromisure sono tre e sono tutte noiose: scegliere broker con commissioni molto basse o piani di accumulo su ETF a condizioni agevolate, diradare gli acquisti (trimestrali invece che mensili) se la strategia lo consente, e fissare un importo minimo per ordine che renda la commissione sostenibile.
Morale: la convenienza non è mai «ETF uguale costi bassi». È “strumento più broker più frequenza”.
Il fattore fiscale: nel 2026 il fisco è entrato nell'equazione
Questo capitolo, nella maggior parte delle guide per principianti, manca. Peccato che in Italia sposti parecchi soldi. La regola generale è l'imposta sostitutiva del 26% su plusvalenze e proventi, che scende al 12,5% sulla quota riferibile a titoli di Stato italiani e di Paesi in white list, più l'imposta di bollo dello 0,20% annuo sul controvalore del deposito titoli. Fin qui, azioni ed ETF sono allineati.
La differenza sta altrove ed è nota come anomalia italiana degli ETF: le plusvalenze da ETF armonizzati sono classificate come redditi di capitale, mentre le minusvalenze sugli stessi ETF sono redditi diversi. Le due categorie non comunicano. Tradotto: se in un anno vendi un ETF in guadagno e un altro in perdita, paghi il 26% sull'intero guadagno senza poter scaricare la perdita. Con le azioni singole, invece, la compensazione funziona e le minusvalenze restano utilizzabili nei quattro periodi d'imposta successivi. È una delle caratteristiche che giocano a favore dello stock picking, ed è il motivo per cui molti portafogli tengono una quota di strumenti a reddito diverso.
Due novità del 2026 vanno però messe a bilancio. La prima riguarda proprio le azioni: la Legge di Bilancio 2026 ha raddoppiato l'imposta sulle transazioni finanziarie, la cosiddetta Tobin tax, portando l'aliquota sul trasferimento di proprietà di azioni e strumenti partecipativi dallo 0,2% allo 0,4% e quella sulle negoziazioni ad alta frequenza dallo 0,02% allo 0,04%. Per le operazioni sui mercati regolamentati, che scontano l'aliquota dimezzata, ciò significa il passaggio dallo 0,1% allo 0,2%, anche se alcuni commentatori hanno segnalato un difetto di coordinamento nel testo normativo. Il tributo colpisce le azioni di società italiane con capitalizzazione media superiore ai 500 milioni di euro, viene applicato automaticamente dall'intermediario e non si paga sull'intraday chiuso in giornata. La seconda novità è ancora sospesa ma potenzialmente storica: la delega fiscale prevede la creazione di un'unica categoria di redditi finanziari e quindi la compensazione piena tra minusvalenze e proventi oggi classificati come redditi di capitale. Il termine per l'emanazione dei decreti attuativi è fissato al 29 agosto 2026. Se arriverà, l'anomalia descritta sopra si sgonfia. Finché non arriva, è un elemento da tenere sul tavolo.
Piccolo capitale iniziale: cosa conviene davvero?
Se parti con poche centinaia o poche migliaia di euro, il rischio più grande non è sbagliare titolo: è costruire un portafoglio frammentato e mangiato dai costi.
Con un budget tra i 500 e i 2.000 euro, per la maggior parte di chi comincia un ETF ampio e diversificato resta la soluzione più logica: un solo strumento, rischio distribuito, gestione semplice, nessuna tentazione di ribilanciare ogni settimana.
Le azioni singole, con capitale ridotto, diventano facilmente una collezione di due o tre titoli comprati a intuito, e a quel punto la domanda non è più quale strumento conviene, ma quanto sei disposto a sopportare oscillazioni forti senza fare danni. Vale la pena ricordare che l'orizzonte temporale conta più della selezione: se quei soldi ti servono tra sei mesi, non stai investendo, stai giocando con la tua liquidità di emergenza.
ETF per principianti: cosa cercare e cosa evitare
All'inizio vincono due qualità semplici, la chiarezza e la liquidità. Sul primo fronte conviene guardare l'indice replicato, privilegiando panieri ampi e noti (globale, Stati Uniti, Europa) rispetto ai temi caldi e ai comparti iper-settoriali; il tipo di replica, fisica o sintetica, che si legge nel KID e non è un dettaglio da smanettoni; e il TER, che a parità di strategia va confrontato senza pietà.
Sul secondo contano la dimensione del fondo e i volumi scambiati, perché gli ETF più grandi e trattati tendono ad avere spread più contenuti, oltre alla politica dei proventi, accumulazione o distribuzione, da scegliere in base a obiettivi e fiscalità. Da evitare come primo mattone, nella stragrande maggioranza dei casi: ETF a leva, inversi, ultra settoriali e tematici privi di uno storico robusto. Possono avere un ruolo in un portafoglio maturo, non nel primo.
Azioni per principianti: un metodo minimo per non andare a caso
Se vuoi comunque inserire azioni singole, per interesse o perché vuoi davvero imparare, fallo “dentro una cornice”. Scegli poche aziende con un business che sai spiegare a voce a un amico, diversifica per settore (non tutte banche, non tutte tecnologiche), scrivi prima di comprare il motivo per cui compri e cosa ti farebbe vendere, e tieni la quota complessiva contenuta rispetto al portafoglio, soprattutto nei primi anni. E ricorda una cosa poco romantica: anche l'ETF azionario è un investimento in aziende, solo fatto in modo più sistematico.
La strategia core-satellite: il compromesso più sensato
La soluzione che mette d'accordo le due anime è l'approccio core-satellite (nucleo-satellite). Il nucleo è fatto di ETF ampi e diversificati, pensati per restare in portafoglio per anni e non per essere movimentati a ogni notizia. I satelliti sono poche azioni singole, o ETF più specifici, con cui esprimere convinzioni personali senza mettere a rischio l'intero capitale.
È un modo per imparare sulle azioni pagando la retta della scuola in rate sostenibili, invece di giocarsi tutto al primo esame. La proporzione tipica varia molto, ma il principio è che la parte “divertente” del portafoglio non deve poter compromettere quella che lavora per te.
Gli errori che si vedono più spesso (e come non commetterli)
- Il primo è investire senza orizzonte temporale: soldi che servono a breve non vanno sui mercati, punto.
- Il secondo è cambiare strategia ogni due settimane, inseguendo il tema del momento - nel primo semestre 2026 sono stati tecnologia, difesa e infrastrutture - e pagando ogni volta commissioni, spread e, sulle azioni italiane, anche la Tobin tax raddoppiata.
- Il terzo è ignorare i costi e il fisco: TER, commissioni, spread, bollo e imposta sostitutiva sono le uniche variabili che conosci in anticipo con certezza, a differenza dei rendimenti. Trascurarle è l'unico errore garantito.
Questo contenuto ha finalità informative e non costituisce consulenza finanziaria personalizzata. Prima di investire valuta obiettivi, orizzonte temporale, situazione personale e, se necessario, confrontati con un professionista abilitato. -
L’acqua il nuovo megatrend. Le azioni preferite dagli analisti e l’ETF da conoscere
22 luglio, di Gerardo Marciano — Analisi dei Mercati
Per molto tempo la disponibilità di acqua è stata considerata una certezza nei Paesi sviluppati. Bastava aprire un rubinetto, irrigare un campo o alimentare un impianto industriale perché una rete invisibile garantisse continuità, qualità e costi relativamente contenuti. Oggi quella certezza comincia a mostrare crepe sempre più evidenti.
Temperature elevate, precipitazioni meno regolari e periodi di siccità più frequenti stanno modificando il rapporto tra territori e risorse idriche. Il problema non riguarda più soltanto alcune aree desertiche o economicamente fragili: coinvolge città europee, distretti agricoli, centrali energetiche, fabbriche di semiconduttori e infrastrutture digitali.
La finanza ha iniziato a osservare questa trasformazione con crescente attenzione. Ma l'acqua non è un investimento semplice da interpretare. La sua scarsità può creare nuove opportunità economiche, senza rendere automaticamente convenienti tutte le società che operano nel settore. Per individuare le aziende realmente esposte al cambiamento in corso occorre comprendere dove saranno indirizzati gli investimenti e quali modelli di business riusciranno a trasformarli in ricavi e utili.
Il cambiamento climatico rende strutturale la crisi dell'acqua
Il cambiamento climatico non determina soltanto una riduzione uniforme delle precipitazioni. Produce soprattutto una maggiore irregolarità: lunghi periodi asciutti possono essere interrotti da piogge molto intense, difficili da assorbire e conservare. La quantità annuale di acqua può quindi non diminuire drasticamente, mentre peggiora la sua disponibilità nei luoghi e nei momenti in cui serve.
Questa dinamica aumenta la pressione su acquedotti, bacini, impianti di depurazione e sistemi di irrigazione. Le reti devono essere in grado di ridurre le perdite, immagazzinare maggiori quantità durante le fasi favorevoli e distribuire l'acqua in modo più efficiente nei periodi di scarsità.
La Commissione europea punta a migliorare di almeno il 10% l'efficienza nell'utilizzo dell'acqua entro il 2030, intervenendo sulle perdite, sul riutilizzo delle acque reflue e sulla digitalizzazione delle infrastrutture. L'industria europea collegata al settore genera già un giro d'affari superiore a 100 miliardi di euro e impiega circa 1,7 milioni di persone.
Anche la Banca Mondiale ha riconosciuto il carattere economico e sociale dell'emergenza. Circa quattro miliardi di persone sperimentano condizioni di scarsità almeno durante una parte dell'anno, mentre una quota significativa dell'occupazione globale dipende direttamente o indirettamente dalla disponibilità di acqua.
Non si tratta quindi di un tema destinato a esaurirsi con la fine di una singola estate particolarmente calda. Gli investimenti necessari riguardano orizzonti pluriennali e comprendono reti, contatori intelligenti, impianti di trattamento, desalinizzazione, irrigazione di precisione e sistemi per il recupero delle acque industriali.
Dove verranno indirizzati gli investimenti
La prima area riguarda la sostituzione delle infrastrutture obsolete. In molte città una parte significativa dell'acqua immessa nelle condutture non raggiunge gli utenti a causa di perdite, rotture e sistemi di monitoraggio insufficienti.
Le società che producono pompe, valvole, idranti, tubazioni e apparecchiature per il controllo della pressione possono beneficiare di programmi pubblici che difficilmente potranno essere rinviati all'infinito. Negli Stati Uniti sono stati stanziati miliardi di dollari per le reti di acqua potabile, la depurazione e la sostituzione delle vecchie condutture in piombo.
Un secondo filone è rappresentato dai contatori intelligenti. Le utility hanno bisogno di conoscere in tempo reale quanta acqua viene consumata e dove si verificano le perdite. Il valore economico non deriva soltanto dalla vendita del dispositivo, ma anche dai ricavi ricorrenti prodotti da software, collegamenti cellulari e servizi di analisi.
Il trattamento delle acque industriali costituisce un'altra area di crescita. La produzione di semiconduttori richiede acqua ultrapura, mentre i data center utilizzano grandi quantità di fluidi per il raffreddamento diretto o indiretto. La diffusione dell'intelligenza artificiale collega quindi il tema dell'acqua a uno dei principali trend tecnologici del momento.
Veolia punta a portare a un miliardo di euro entro il 2030 i ricavi provenienti da data center e produttori di chip, rispetto ai 560 milioni registrati nel 2025. Ecolab ha rafforzato la propria presenza nel raffreddamento a liquido acquistando CoolIT Systems per circa 4,75 miliardi di dollari.
L'irrigazione di precisione permette invece di ridurre i consumi agricoli attraverso sensori, controllo remoto e distribuzione differenziata. La desalinizzazione può diventare indispensabile nelle regioni costiere più aride, ma presenta costi energetici elevati e una forte dipendenza da grandi commesse.
Xylem, il titolo più completo del settore idrico
Xylem è probabilmente la società quotata che offre l'esposizione più ampia all'intero ciclo dell'acqua. Il gruppo produce pompe, sistemi di misurazione, apparecchiature per il trattamento, sensori e piattaforme digitali destinate a utility, industrie e attività commerciali.
Nel primo trimestre del 2026 ha registrato ricavi per 2,1 miliardi di dollari e ordini per 2,2 miliardi. L'utile rettificato per azione è aumentato del 9%, mentre per l'intero esercizio la società prevede ricavi compresi tra 9,2 e 9,3 miliardi di dollari.
Le raccomandazioni emesse nell'ultimo mese sono favorevoli. Il 16 luglio RBC ha confermato il giudizio Outperform e aumentato il target price da 157 a 159 dollari. Rispetto alla chiusura del 17 luglio 2026, pari a 122,96 dollari, l'obiettivo implica un potenziale rialzo del 29,3%.
Il 25 giugno Jefferies aveva promosso il titolo da Hold a Buy, alzando il target da 130 a 140 dollari. Lo scostamento rispetto alla stessa quotazione di riferimento è del 13,9%.
Xylem presenta una forte esposizione al rinnovamento delle reti, alla digitalizzazione e al trattamento delle acque. Il rischio principale è rappresentato dalla valutazione: il mercato riconosce già alla società una posizione competitiva elevata e potrebbe reagire negativamente a un eventuale rallentamento degli ordini.
Ecolab, quando l'acqua incontra l'intelligenza artificiale
Ecolab è più diversificata rispetto a Xylem. Opera nell'igiene, nella sanificazione, nell'industria alimentare e nei servizi per la salute, ma attraverso Nalco Water è uno dei principali fornitori mondiali di soluzioni per la gestione dell'acqua industriale.
Nel primo trimestre del 2026 i ricavi sono cresciuti del 10% a 4,1 miliardi di dollari, mentre l'utile rettificato per azione è aumentato del 13%. Per l'intero esercizio la società prevede una crescita dell'utile compresa tra il 12% e il 15%, senza considerare gli effetti dell'acquisizione di CoolIT.
Il 17 luglio Oppenheimer ha promosso Ecolab da Market Perform a Outperform, fissando un target di 320 dollari. Rispetto alla chiusura della stessa giornata, pari a 272,91 dollari, il potenziale teorico è del 17,3%.
Deutsche Bank ha confermato Buy il 9 luglio e aumentato l'obiettivo da 325 a 335 dollari, il 22,8% sopra la quotazione di riferimento. RBC ha mantenuto Outperform con target a 337 dollari, corrispondente a uno scostamento positivo del 23,5%. Citi aveva invece portato il proprio obiettivo a 330 dollari il 24 giugno, indicando un potenziale del 20,9%.
La combinazione tra ricavi ricorrenti, acqua industriale e crescita dei data center rende Ecolab una delle società più interessanti del comparto. Anche in questo caso, tuttavia, una parte importante delle aspettative potrebbe essere già incorporata nel prezzo.
Veolia, l'opzione europea più diversificata
Veolia combina acqua, depurazione, rifiuti, energia e servizi ambientali. È meno concentrata sul solo settore idrico rispetto a Xylem, ma possiede competenze rilevanti nella desalinizzazione, nel trattamento delle acque industriali e nella gestione delle utility.
Nel primo trimestre del 2026 il gruppo ha realizzato ricavi per 11,43 miliardi di euro e un EBITDA di 1,77 miliardi. L'EBITDA è aumentato del 5,1% a perimetro e cambi costanti, mentre le attività collegate all'acqua sono cresciute del 2%.
Il 23 giugno Morgan Stanley ha confermato il giudizio Buy e aumentato il target da 36 a 39 euro. Rispetto alla chiusura del 17 luglio, pari a 37,51 euro, il margine teorico è del 4%.
Veolia offre una maggiore diversificazione e una presenza globale, ma presenta anche un indebitamento significativo e una maggiore dipendenza dalla regolamentazione. Il potenziale indicato dagli analisti è più contenuto rispetto a quello attribuito a Xylem ed Ecolab.
Mueller Water Products, la scommessa sulle reti americane
Mueller Water Products produce valvole, idranti e componenti destinati soprattutto alle reti idriche nordamericane. Il gruppo può beneficiare direttamente dei programmi di sostituzione delle infrastrutture municipali.
Nel secondo trimestre fiscale del 2026 le vendite sono cresciute del 5,5% a 384,4 milioni di dollari. Per l'intero esercizio sono previsti ricavi tra 1,47 e 1,49 miliardi e un EBITDA rettificato compreso tra 360 e 365 milioni.
Il giudizio più recente è però prudente. Il 30 giugno Barclays ha avviato la copertura con raccomandazione Underweight e target a 25 dollari. Rispetto alla quotazione di 25,51 dollari del 17 luglio, l'obiettivo indica un ribasso potenziale del 2%.
Il trend delle infrastrutture è favorevole, ma la società rimane esposta alla tempistica della spesa pubblica, al ciclo edilizio e all'aumento dei costi dei materiali.
Badger Meter, la digitalizzazione non basta a evitare i rischi
Badger Meter è specializzata nei contatori intelligenti, nei sensori e nei sistemi software utilizzati dalle utility per monitorare le reti.
Nel primo trimestre del 2026 le vendite sono diminuite del 9% a 202,3 milioni di dollari. L'utile operativo è sceso da 49,4 a 35,2 milioni e l'utile per azione è passato da 1,30 a 0,93 dollari. La società ha attribuito il rallentamento alla tempistica dei progetti e prevede un recupero nella seconda metà dell'anno.
Il 13 luglio Barclays ha mantenuto Underweight e ridotto il target da 110 a 109 dollari. Rispetto alla chiusura del 17 luglio, pari a 149,27 dollari, l'obiettivo indica una possibile flessione del 27%.
Il 9 luglio Weiss Ratings ha abbassato il giudizio da Hold a Sell, mentre pochi giorni prima Zacks aveva migliorato la valutazione da Strong Sell a Hold.
Badger Meter dimostra che un'attività coerente con un megatrend non rende automaticamente conveniente un titolo. Quando le valutazioni sono elevate, anche una pausa temporanea nella crescita può provocare forti revisioni delle aspettative.
American Water Works, la componente più difensiva
American Water Works è la maggiore utility idrica statunitense quotata. La società distribuisce acqua potabile e gestisce servizi di depurazione attraverso attività prevalentemente regolamentate.
Per il 2026 ha confermato una previsione di utile rettificato per azione compresa tra 6,02 e 6,12 dollari. Gli investimenti annuali dovrebbero raggiungere circa 3,7 miliardi, mentre l'obiettivo di lungo periodo prevede una crescita del 7-9% per utile e dividendo.
Il 16 luglio Bank of America ha ribadito il giudizio Neutral. Il giorno precedente Barclays aveva mantenuto Underweight, aumentando però il target da 124 a 130 dollari. Rispetto alla chiusura del 17 luglio, pari a 135,08 dollari, l'obiettivo rimane inferiore del 3,8%.
JPMorgan ha mantenuto Neutral e alzato il target a 147 dollari, indicando un potenziale dell'8,8%. UBS è più positiva: il 2 luglio ha confermato Buy e aumentato l'obiettivo a 150 dollari, l'11% sopra la quotazione di riferimento.
American Water Works può offrire maggiore visibilità rispetto ai produttori di tecnologie, ma rimane sensibile ai tassi d'interesse e alle decisioni delle autorità che devono approvare gli aumenti tariffari.
Valmont, l'irrigazione è soltanto una parte del gruppo
Valmont Industries è spesso considerata una delle società più direttamente collegate all'agricoltura efficiente grazie ai sistemi di irrigazione meccanizzata. In realtà, la maggior parte delle sue attività riguarda infrastrutture elettriche, illuminazione, trasporti e telecomunicazioni.
Nel primo trimestre del 2026 i ricavi complessivi sono aumentati del 6,2% a 1,03 miliardi di dollari, mentre l'utile per azione è cresciuto del 27,5%. Le vendite agricole sono però diminuite del 15,1%.
Il 26 giugno Weiss Ratings ha promosso il titolo da Hold a Buy senza indicare un nuovo target price. Il target medio del consenso, pari a 573,75 dollari, supera del 7,9% la chiusura del 17 luglio, pari a circa 531,66 dollari.
Valmont permette di esporsi all'irrigazione di precisione, ma il suo andamento dipende in misura rilevante anche dagli investimenti nelle reti elettriche e dalle condizioni economiche del settore agricolo.
Energy Recovery, l'esposizione più speculativa
Energy Recovery produce sistemi che riducono il consumo energetico degli impianti di desalinizzazione a osmosi inversa. La sua tecnologia può beneficiare della crescente necessità di produrre acqua potabile in regioni costiere aride.
Nel primo trimestre del 2026 la società ha però registrato ricavi per appena 9,7 milioni di dollari e una perdita netta di 12,3 milioni. Sono inoltre stati annunciati cambiamenti nella direzione operativa e finanziaria.
Il 25 giugno Weiss Ratings ha mantenuto il giudizio nell'area Sell. Il target medio del consenso, pari a 15 dollari, risulta superiore di oltre il 70% rispetto alla quotazione di 8,76 dollari del 17 luglio, ma comprende stime non necessariamente aggiornate nell'ultimo mese.
Un divario così ampio non rappresenta automaticamente un'opportunità. Può riflettere forte incertezza, risultati irregolari e target formulati prima del peggioramento delle condizioni operative.
L'ETF iShares Global Water: come investe davvero
Per ridurre il rischio specifico delle singole società è possibile utilizzare un ETF tematico. Tra i prodotti disponibili in Europa, uno dei più noti è l'iShares Global Water UCITS ETF, identificato dall'ISIN IE000CFH1JX2.
Il fondo replica fisicamente lo S&P Global Water Index, composto da aziende attive nelle utility idriche, nelle infrastrutture, nelle apparecchiature e nel trattamento dell'acqua.
Al 16 luglio 2026 il portafoglio comprendeva 67 titoli. Il patrimonio complessivo del fondo superava 2,2 miliardi di dollari, mentre il costo annuo, espresso dal TER, era pari allo 0,65%.
Si tratta di un livello più elevato rispetto a quello dei tradizionali ETF azionari globali. Il maggiore costo riflette la natura tematica e la minore ampiezza dell'universo investibile.
Circa il 47% del portafoglio era rappresentato da utility e oltre il 42% da società industriali. Tra le principali partecipazioni figuravano American Water Works, Sabesp, Xylem, Essential Utilities, Veralto, United Utilities, Severn Trent ed Ecolab.
Le prime dieci posizioni rappresentavano poco più della metà del patrimonio. Gli Stati Uniti pesavano circa il 52%, seguiti da Regno Unito, Brasile e Svizzera.
Questa composizione dimostra che l'ETF non investe direttamente nella siccità. Punta soprattutto su società che gestiscono reti o vendono tecnologie necessarie per affrontare la scarsità e migliorare l'efficienza.
La concentrazione nelle utility rende il prodotto sensibile ai tassi. Quando il costo del denaro aumenta, le società regolamentate devono finanziare gli investimenti a condizioni meno favorevoli e i loro dividendi diventano relativamente meno competitivi rispetto alle obbligazioni.
Esiste anche il rischio valutario. La classe non risulta coperta contro le variazioni delle divise. Acquistare l'ETF in euro non elimina quindi l'esposizione al dollaro e alle altre valute delle società sottostanti.
Al 17 luglio il valore patrimoniale netto era pari a 29,25 dollari. Dall'inizio del 2026 il rendimento era positivo di circa il 4,2%. Nel 2025 il fondo aveva guadagnato il 17,6%, dopo il 4,5% del 2024 e il 14,1% del 2023. Nel 2022 aveva invece perso il 21,8%.
La performance negativa del 2022 ricorda che la natura essenziale dell'acqua non rende l'ETF immune dalle correzioni del mercato azionario.
Quali strumenti interpretano meglio il megatrend climatico
Le raccomandazioni più recenti mostrano una netta separazione tra le società considerate in grado di trasformare la domanda strutturale in crescita degli utili e quelle esposte a valutazioni elevate o a risultati più ciclici.
Xylem ed Ecolab ricevono i giudizi più favorevoli. La prima offre un'esposizione completa al ciclo idrico; la seconda collega la gestione dell'acqua alla crescita di semiconduttori e data center.
Veolia e American Water Works hanno caratteristiche più difensive, ma i target degli analisti indicano margini generalmente più contenuti. Mueller Water Products e Badger Meter dipendono maggiormente dalla tempistica dei programmi municipali. Valmont rimane legata al ciclo agricolo, mentre Energy Recovery presenta il profilo più speculativo.
L'ETF consente di distribuire l'investimento tra utility, società industriali e fornitori di tecnologie. Non elimina però la concentrazione settoriale, il rischio valutario e la sensibilità ai tassi.
Il cambiamento climatico rende sempre più urgente intervenire sulla disponibilità e sulla gestione dell'acqua. Questo crea una domanda strutturale per nuove infrastrutture, tecnologie di misurazione, trattamento e riutilizzo.
Prima di valutare un investimento è tuttavia opportuno distinguere tra la solidità del trend e la convenienza del singolo strumento. Una società può operare in un mercato destinato a crescere e risultare comunque troppo cara, indebitata o dipendente da commesse irregolari.
Un approccio operativo può partire dalla verifica del peso effettivo dell'acqua sui ricavi, della crescita degli ordini, dell'indebitamento e della valutazione di Borsa. Per l'ETF occorre aggiungere l'analisi dei costi, della concentrazione geografica e del rischio di cambio.
L'acqua è una risorsa indispensabile e il cambiamento climatico ne aumenta il valore strategico. I rendimenti finanziari, però, non dipendono soltanto dall'importanza del problema: dipendono anche dalla capacità delle imprese di risolverlo in modo redditizio e dal prezzo pagato dagli investitori.
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L’ETF sulle azioni SK Hynix affonda del 70% dai massimi, gli investitori vogliono indietro i loro soldi
20 luglio, di Laura Naka Antonelli — Analisi dei Mercati
Ora vogliono riavere indietro i loro soldi, così almeno dicono, scottati dalle pesanti perdite che li hanno travolti: sono gli investitori retail, o anche piccoli risparmiatori della Corea del Sud, che stanno pagando a caro prezzo la grande scommessa lanciata, sull'onda dell'euforia, sulle azioni SK Hynix e Samsung Electronics. Una scommessa che si è rivelata sbagliata per molti investitori, a causa dell'imponente ondata di sell che ha attaccato nelle ultime settimane soprattutto le azioni delle aziende tra i principali beneficiari del boom dell'AI intelligenza artificiale.
A soffrire sono stati soprattutto i risparmiatori che hanno puntato sugli ETF a leva sui singoli titoli: i cosiddetti single-stock leveraged ETF, strumenti che mirano ad amplificare la variazione giornaliera di un singolo titolo, anziché quella di un indice azionario, attraverso l'utilizzo della leva finanziaria.
Per fare un esempio, se un ETF offre una leva 2x su SK Hynix significa che, se nel corso di una sessione le azioni SK Hynix salgono del 5%, l'ETF registrerà un guadagno del 10%.
Se il titolo arretrerà invece del 5%, la perdita dell'ETF sarà del 10% circa.
Proprio questi ETF sono diventati il veicolo preferito di molti investitori retail sudcoreani, da quando hanno fatto il loro esordio alla Borsa di Seoul lo scorso 27 maggio.
Il caso dell'euforia per gli ETF a leva esplosa alla Borsa di Seoul
Basti pensare che, stando a quanto riporta l'articolo della CNBC, da quella data, le puntate sugli ETF a leva che i piccoli risparmiatori hanno effettuato sono ammontate a 14 trilioni di won, l'equivalente di $9,4 miliardi.
Per fare un paragone, stando ai dati raccolti da KB Financial Group, gli investitori stranieri hanno scommesso su questi ETF soltanto 2 trilioni di won.
Il risultato è che a pagare le conseguenze dell'euforia scoppiata sugli ETF a leva sono stati soprattutto i piccoli risparmiatori che ora, a dir poco frustrati, chiedono di riavere i loro soldi indietro.
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Tonfo per l'ETF a leva sulle azioni SK Hynix
A veder volatilizzare i propri investimenti sono stati soprattutto gli investitori retail che si sono esposti su un ETF preciso, il
KODEX SK Hynix Single Stock Leverage ETF: ETF a leva destinato, così come spiegato nell'esempio, a replicare il doppio della performance giornaliera delle azioni del produttore di chip per l'AI SK Hynix, grande protagonista delle notizie finanziarie di cronaca dopo l'IPO lanciata sul Nasdaq.Dai dati raccolti da LSEG è emerso che quell'ETF è crollato del 70% circa dal record testato nel mese di giugno, e del 50% circa dal giorno del suo debutto.
Il grande tonfo è stato tale da portare alcuni investitori a lamentarsi sui forum online dedicati agli investimenti: “Vorrei tornare al periodo precedente ai miei investimenti in Borsa. Ridatemi i miei soldi”, ha scritto un investitore. “Sembra che vogliate farmi fuori”, ha commentato un altro.
Snobbato l'avvertimento della Banca centrale della Corea del Sud
Eppure gli avvertimenti non erano mancati.
A lanciare un alert era stata la stessa Banca centrale della Corea che, in un rapporto diffuso il mese scorso, aveva scritto che gli investimenti a leva lanciati dagli investitori retail erano balzati a livelli record, alimentati soprattutto dal ricorso al margin financing e dalle esposizioni sempre più concentrate sul comparto dei semiconduttori.
Pur ritenendo poco probabile che il fenomeno degli acquisti degli ETF a leva rappresentasse una minaccia sistemica al sistema finanziario, la banca centrale aveva puntualizzato che il ricorso alla leva finanziaria avrebbe potuto amplificare la volatilità nelle fasi di correzione dei mercati, soprattutto a fronte del presentarsi del fenomeno FOMO, che di per sé induce gli investitori a rincorrere i rialzi facendo ricorso al debito.
Le parole dell'istituzione sono cadute tuttavia nel vuoto tanto che, ha osservato Jung In Yun, fondatore di Fibonacci Asset Management, “la quasi totalità delle perdite è concentrata nelle mani degli investitori retail domestici”.
Tutto, mentre in queste ultime settimane l'incidenza degli ETF a leva nell'universo dei fondi focalizzati sul mercato coreano è cresciuta rapidamente, al punto che, secondo Oxford Economics, gli asset detenuti nei 25 maggiori ETF a leva sulla Corea del Sud rappresentavano a giugno circa il 30% del totale, rispetto a circa il 15% registrato all'inizio del 2026.
Ad acquistare questi prodotti finanziari, non sono stati soltanto gli investitori alle prime armi ma, come ha fatto notare Jung, molti 40enni e 50enni che si sono fatti trasportare dall'entusiasmo per le scommesse sugli ETF a leva e sui comparti caratterizzati da una forte presenza delle azioni hi-tech.
E che ora si pentono amaramente di non aver ascoltato alcuni veterani dei mercati, che avevano avvertito già da un po' di tempo come, nella borsa di Seoul, per usare le dichiarazioni di Warren Buffett, si stesse speculando, piuttosto che fare investimenti in base a un'ottica di lungo periodo.
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Differenza tra ETF e fondi comuni di investimento. Guida al risparmio gestito
17 luglio, di Claudia Cervi — ETF e Fondi
In Italia sono 12,4 milioni gli italiani che hanno deciso di investire in fondi comuni. Nel 2025, 1,5 milioni di loro hanno sottoscritto un fondo per la prima volta nella vita. E il totale investito dalle famiglie italiane è 679 miliardi di euro. Questi numeri vengono dall'Osservatorio Assogestioni, uno studio che traccia da 30 anni il comportamento dei risparmiatori italiani sui fondi.
ETF e fondi comuni di investimento promettono lo stesso risultato: diversificare il portafoglio senza la necessità di avere capitali enormi. Ma funzionano con un meccanismo opposto. Uno replica passivamente un indice, l'altro cerca di batterlo attivamente.
Come funzionano davvero i due strumenti? Quali sono i costi effettivi? Nel 2026, i risparmiatori italiani continuano a scegliere fondi comuni. Eppure le alternative esistono e costano molto meno.
ETF e fondi comuni di investimento: cosa sono
Un ETF (Exchange Traded Fund) è un fondo quotato in Borsa che replica esattamente un indice relativo ad azioni, bond, materie prime. Comprare un ETF sull'S&P 500 permette di ottenere un rendimento che segue quello dell'S&P 500, commissioni escluse.
Un fondo comune di investimento, invece, affida il denaro a un gestore che prova a battere l'indice di riferimento con scelte proprie. Compra azioni che ritiene possano fare bene e vende quelle che crede faranno male. La gestione attiva non garantisce però che il rendimento dell'investimento sia superiore a quello del benchmark.
ETF e fondi comuni di investimento: costi e commissioni
La principale differenza tra ETF e fondi comuni riguarda costi e commissioni. Gli ETF costano meno.
Un ETF ha una commissione totale annua (TER) che va dallo 0,03% all'0,5% all'anno a seconda della complessità. Su 10.000 euro, si pagano tra 3 e 50 euro l'anno. Non ci sono commissioni di entrata o uscita: si compra e vende come un'azione, pagando solo lo spread bid-ask (la differenza tra prezzo di acquisto e vendita).
Un fondo comune tradizionale prevede invece una commissione di sottoscrizione (1-3% al momento dell'acquisto), una commissione di gestione (0,8-2% all'anno), una commissione di incentivo (0-2% se il fondo supera una determinata soglia), una commissione di uscita (0-1,5% alla vendita) e spese per la banca depositaria (dove sono custoditi i titoli che fanno parte del patrimonio del fondo, lo 0,1-0,4% all'anno).
Su 10.000 euro, si pagano 100-300 euro solo all'entrata, poi 80-200 euro ogni anno di gestione. Eppure, nel 2026, il canale bancario continua a dominare la distribuzione dei fondi italiani (95%), secondo Assogestioni.
Nel lungo termine, questa differenza di costi si traduce in performance reale. Su 20 anni, un fondo che costa il 1,5% all'anno versus un ETF che costa lo 0,2% accumula un deficit di oltre il 20% del capitale investito solo in commissioni.
ETF e fondi comuni di investimento: quotazione e valore di mercato
Gli ETF si negoziano in Borsa dalle 09:00 alle 17:30. Il prezzo si aggiorna ogni secondo in base a domanda e offerta. In ogni momento della seduta si può comprare e vendere, controllando il prezzo sulla home banking in tempo reale.
I fondi comuni di investimento non sono quotati e per investire bisogna rivolgersi a una banca o a un promotore finanziario che funge da intermediario con la società che gestisce il fondo. Il valore di mercato della quota è dato dal NAV (Net asset value) cioè, il valore di mercato degli impieghi del fondo al netto delle spese di gestione/ il numero di quote in circolazione, calcolato una volta al giorno. Non c'è un aggiornamento in tempo reale.
Le differenze tra ETF e fondi comuni di investimento:
Caratteristica ETF Fondo comune di investimento Gestione passiva attiva Performance in linea con benchmark superiore al benchmark Costi bassi (negoziazione + TER) spese di sottoscrizione, di gestione, di incentivo, per banca depositaria, per uscita Quotazione in Borsa non quotato Negoziazione continua, come le azioni una volta al giorno al valore del NAV Come investono gli italiani nel 2026
Il 57% dei sottoscrittori italiani di fondi comuni sceglie il versamento in un'unica soluzione (PIC), secondo gli ultimi dati di Assogestioni. Nel 2025 rappresentava il 61% degli investimenti. Il 21% sceglie i piani di accumulo (PAC), ma questa quota supera il 50% tra gli under 45. Il 22% sceglie la forma mista PIC/PAC.
L'asset allocation evidenzia una propensione ancora molto forte per gli investimenti obbligazionari (56%), seguita dalle azioni (38%). Nei fondi italiani dominano le obbligazioni (70%), mentre nei fondi esteri cresce il peso delle azioni che diventano prevalenti nei fondi cross-border (57%).