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Il BTP ti dà il 3%. Questi strumenti il 10%. Perché nessuno te ne parla?
16 aprile, di Tommaso Scarpellini — ETF e Fondi
C'è una domanda che ogni risparmiatore italiano dovrebbe porsi almeno una volta nella vita, e che invece quasi nessuno si fa: se esistono strumenti finanziari quotati, regolamentati, accessibili anche con un conto titoli ordinario, che distribuiscono cedole mensili nell'ordine del 9-11% annuo, perché la stragrande maggioranza degli italiani non ne ha mai sentito parlare?
Non è una domanda retorica. È una domanda a cui esiste una risposta precisa, e quella risposta dice molto più sul sistema finanziario in cui operiamo che sugli strumenti stessi. Di quali strumenti stiamo parlando, e perché nessuno ne parla?
I tre strumenti, uno per uno
Il primo è JEPQ, l'ETF emesso da JP Morgan Asset Management che replica con una strategia attiva il Nasdaq 100 attraverso una selezione di 94 titoli azionari, applicando sopra questa esposizione una strategia sistematica di covered call, della quale parleremo meglio tra poco. Il rendimento distribuito su base annua si attesta intorno al 10,81%, con una cedola mensile di circa 0,559 dollari per quota.
Il patrimonio gestito supera i 34 miliardi di dollari, il che lo rende uno degli ETF income più grandi al mondo. Le spese correnti sono contenute allo 0,35% annuo, e tra le prime posizioni in portafoglio troviamo nomi come Nvidia, Apple e Alphabet, ovvero il cuore del mercato tecnologico globale.
Il secondo è GPIQ, il corrispettivo firmato Goldman Sachs, con un portafoglio di 103 titoli, un rendimento annuo di circa il 10,41%, e una cedola mensile intorno ai 0,432 dollari. Le spese sono ancora più basse, ferme allo 0,29%, e anche qui le prime posizioni vedono Nvidia, Apple e Microsoft tra i protagonisti principali. Il patrimonio gestito è di circa 3 miliardi di dollari, dimensione più contenuta rispetto a JEPQ ma assolutamente solida dal punto di vista della liquidità.
Il terzo strumento ha una logica completamente diversa: si tratta di SDIV, l'ETF di Global X che non utilizza strategie di opzioni, ma seleziona direttamente i 100 titoli azionari con i dividendi più elevati a livello mondiale, indipendentemente dal paese o dal settore di appartenenza. Il risultato è un portafoglio di 102 titoli con un rendimento medio intorno al 9% annuo e cedola mensile da circa 0,19 dollari. I costi sono leggermente più alti degli altri due, allo 0,58%, ma la caratteristica distintiva è la diversificazione geografica: SDIV investe in borsa americana, europea, asiatica, sudamericana, creando un'esposizione globale che nessun BTP, per sua natura, può offrire.
Il meccanismo nascosto: covered call
È necessario fermarsi su questo punto, perché è il cuore di tutto e perché viene quasi sempre spiegato male o non spiegato affatto. Una covered call è una strategia che prevede due operazioni simultanee: si detiene un portafoglio di azioni e, contestualmente, si vende un'opzione call su quelle stesse azioni, incassando immediatamente il premio dell'opzione. In termini molto semplici: chi adotta questa strategia rinuncia a una parte del potenziale rialzo futuro del portafoglio in cambio di un flusso di cassa immediato e ricorrente. È come affittare la possibilità che qualcun altro guadagni dalla crescita delle vostre azioni, ricevendo in cambio un canone mensile.
Questo spiega perché JEPQ e GPIQ riescono a distribuire rendimenti così elevati senza che sia necessario ipotizzare miracoli o trucchi contabili: il flusso cedolare proviene in larga parte dai premi delle opzioni vendute sistematicamente sul Nasdaq 100.
Ma questa struttura porta con sé due rischi specifici che è fondamentale non sottovalutare. Il primo: in una fase di forte rialzo dei mercati, la strategia covered call limita la partecipazione al rialzo del portafoglio sottostante, perché le opzioni vendute vengono esercitate dalla controparte che ne beneficia. In sostanza, si guadagna la cedola ma si perde parte dell'apprezzamento. Il secondo: in una fase di crollo dei mercati, la strategia covered call non protegge il capitale in modo significativo perché il premio incassato dall'opzione è di entità limitata rispetto a un calo profondo del portafoglio azionario. La cedola continua ad arrivare, ma il valore del capitale investito scende insieme al mercato.
Il confronto con il BTP che nessuno fa
Prendiamo i numeri così come sono, senza abbellirli né deformarli. Un BTP decennale acquistato oggi rende intorno al 3,5% lordo annuo, che al netto della fiscalità italiana del 12,5% sui titoli di Stato si traduce in poco più del 3% reale. JEPQ, nello stesso arco temporale, ha distribuito un rendimento da cedola dell'10,81% annuo, soggetto però a una tassazione più elevata in quanto reddito di capitale estero per il risparmiatore italiano.
Su un capitale di 100.000 euro, la differenza di rendimento da cedola tra il BTP e JEPQ è nell'ordine dei 7.000 euro all'anno, al lordo delle imposte.
Ma questo paragone fa acqua da tutte le parti. Ora ti spiego cosa devi saspere.
I rischi che devi conoscere
Sarebbe disonesto concludere l'analisi senza affrontare con la stessa precisione i rischi specifici di questi strumenti, perché esistono e sono reali. Il primo elemento da comprendere è che questi ETF non hanno una scadenza. A differenza di un BTP, dove la data di rimborso del capitale è fissa e certa, un ETF income è uno strumento a vita indefinita il cui valore di mercato fluttua ogni giorno in funzione dell'andamento del portafoglio sottostante. Non esiste un momento in cui lo Stato vi rimborsa il nominale: il capitale lo recuperate solo vendendo le quote al prezzo di mercato di quel giorno, che potrà essere superiore, uguale o inferiore a quello di acquisto.
Il secondo rischio è più sottile e spesso viene ignorato: la cedola mensile di questi strumenti non è necessariamente composta al 100% da reddito generato dal portafoglio. In certi contesti di mercato, una parte della distribuzione può rappresentare un ritorno del capitale investito, ovvero una restituzione di una porzione di ciò che avete versato, mascherata sotto forma di cedola. Questo fenomeno, noto in inglese come return of capital, non è illegale né raro, ma va monitorato perché erode silenziosamente la base patrimoniale senza che l'investitore se ne accorga immediatamente.
Il terzo rischio è quello della volatilità: questi sono strumenti azionari o che contengono azionario, e come tali possono subire oscillazioni di prezzo significative nel breve periodo. Chi non è disposto a vedere il valore del proprio portafoglio muoversi anche del 20-30% in fasi di stress dei mercati dovrebbe riflettere molto attentamente prima di allocare capitale su questi strumenti.
DISCLAIMER
Le informazioni e le considerazioni contenute nel presente articolo non devono essere utilizzate come unico o principale supporto in base al quale assumere decisioni relative agli investimenti. Il lettore mantiene la piena libertà nelle proprie scelte d'investimento e la piena responsabilità nell'effettuazione delle stesse, poiché egli solo conosce la sua propensione al rischio e il suo orizzonte temporale. Le informazioni contenute nell'articolo sono fornite a mero scopo informativo e la loro divulgazione non costituisce e non è da considerarsi un'offerta o sollecitazione al pubblico risparmio. -
ETF a dividendo, quanti soldi servono davvero per vivere di rendita?
11 aprile, di Redazione ETF — ETF e Fondi
Gli ETF a dividendo sono diventati uno degli strumenti più discussi negli ultimi 10 anni, soprattutto tra chi cerca rendite periodiche senza rinunciare alla diversificazione globale. Ma dietro la promessa di “reddito passivo” si nasconde una realtà fatta di numeri, rendimenti reali e compromessi che spesso vengono sottovalutati.
Negli ultimi 30 anni, i mercati azionari globali hanno generato rendimenti medi compresi tra l'8,3% e l'11% annuo, a seconda dell'indice di riferimento. Tuttavia, solo una parte di questo rendimento deriva dai dividendi: mediamente tra il 2% e il 4% annuo nei mercati sviluppati, mentre il resto è crescita del capitale. Gli ETF a dividendo cercano di spostare questo equilibrio, privilegiando aziende che distribuiscono utili elevati, spesso sopra il 4%, il 5% o anche il 6%.
Un esempio concreto aiuta a capire meglio. Un investimento di 10.000 euro in un ETF globale avrebbe generato circa 1.570 euro di dividendi cumulati tra il 2017 e il 2025, mentre il valore complessivo dell'investimento sarebbe cresciuto fino a circa 24.900 euro. Questo dato evidenzia un punto chiave: i dividendi rappresentano solo una parte del rendimento totale, spesso inferiore alla crescita del prezzo.
Gli ETF a dividendo funzionano selezionando società con rendimento elevato negli ultimi 12 mesi, spesso senza considerare la sostenibilità futura dei pagamenti. Alcuni indici includono fino a 100 aziende globali ad alto dividendo, distribuite tra Europa, Stati Uniti e Asia, con criteri basati su rendimento e stabilità. Questo significa che un ETF può includere titoli con dividendi del 3%, del 5% o anche oltre il 7%, ma spesso concentrati in settori specifici come energia, finanza o utilities.
Nel 2025 e 2026, alcuni ETF globali ad alto dividendo hanno registrato performance annuali superiori al 12%, battendo la media della categoria ferma intorno al 5,27%. Tuttavia, questo tipo di performance non è costante e dipende fortemente dal ciclo economico, dai tassi di interesse e dall'andamento dei settori ad alto dividendo.
Un altro dato importante riguarda il rendimento medio degli ETF nel lungo periodo, che si aggira intorno al 7% annuo, ma con forti variazioni anno per anno. Gli ETF a dividendo tendono a essere meno volatili, ma spesso sacrificano la crescita: in molti casi crescono meno degli ETF “growth” o legati all'indice globale.
Dal punto di vista pratico, un investitore che punta a 500 euro netti al mese da dividendi, cioè 6.000 euro annui, con un rendimento medio del 4% dovrebbe investire circa 150.000 euro. Se il rendimento scende al 3%, il capitale necessario sale a 200.000 euro. Se invece si punta a 1.000 euro al mese, si arriva facilmente a cifre tra 300.000 e 400.000 euro.
Esistono anche ETF che distribuiscono dividendi mensili, una caratteristica molto ricercata da chi vuole flussi costanti. Tuttavia, la frequenza di distribuzione non cambia il rendimento totale: ricevere 12 pagamenti invece di 4 non significa guadagnare di più, ma solo ricevere il denaro in modo più regolare.
Un aspetto spesso ignorato è la tassazione. In Italia, i dividendi sono tassati al 26% al momento della distribuzione, mentre gli ETF ad accumulazione reinvestono automaticamente gli utili, ritardando la tassazione e sfruttando l'interesse composto. Questo può tradursi in differenze di rendimento significative nel lungo periodo, anche superiori a 1.000 euro annui su portafogli medio-grandi.
Infine, bisogna considerare il rischio nascosto. Un alto dividendo può essere un segnale positivo, ma anche un campanello d'allarme: se il prezzo dell'azione scende, il rendimento percentuale aumenta artificialmente. Alcuni ETF finiscono quindi per includere aziende in difficoltà, con dividendi elevati ma poco sostenibili.
Gli ETF a dividendo non sono né una scorciatoia per diventare ricchi né una scelta sbagliata. Sono uno strumento specifico, utile per chi cerca reddito periodico e accetta una crescita più lenta, ma meno adatto a chi punta alla massimizzazione del capitale nel lungo termine.
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Quanti ETF servono davvero per investire bene?
10 aprile, di Redazione ETF — ETF e Fondi
Negli ultimi anni gli ETF sono diventati uno degli strumenti più utilizzati dagli investitori privati. Il motivo è semplice: permettono di diversificare facilmente il capitale, mantenendo costi di gestione molto bassi rispetto ai fondi tradizionali. Costruire un portafoglio ETF significa quindi creare una strategia di investimento composta da diversi strumenti che replicano indici di mercato.
Un ETF, acronimo di Exchange Traded Fund, è un fondo quotato in borsa che replica l'andamento di un indice, come quelli azionari globali, i mercati emergenti o le obbligazioni governative. Quando si acquista un ETF non si sta puntando su una singola azienda ma su un intero paniere di titoli. Questo consente di ridurre il rischio legato alla performance di un singolo titolo.
La costruzione di un portafoglio ETF parte dalla definizione degli obiettivi finanziari. Chi investe per la pensione, per esempio, potrebbe privilegiare una maggiore esposizione ai mercati azionari, accettando una volatilità più elevata nel breve periodo in cambio di una crescita potenziale maggiore nel lungo termine. Chi invece ha un orizzonte temporale più breve potrebbe preferire una quota più ampia di ETF obbligazionari.Un altro elemento fondamentale è la diversificazione geografica. I mercati finanziari non si muovono sempre nella stessa direzione e nello stesso momento. Un portafoglio ben costruito tende quindi a includere ETF che replicano indici globali, mercati sviluppati e mercati emergenti. In questo modo il capitale viene distribuito su migliaia di aziende in tutto il mondo.
La diversificazione può riguardare anche le diverse classi di attivo. Accanto agli ETF azionari possono trovare spazio ETF obbligazionari, strumenti legati alle materie prime o al settore immobiliare. Questa combinazione permette di bilanciare meglio il rischio complessivo del portafoglio.Un aspetto spesso sottovalutato è il ribilanciamento. Nel tempo alcuni ETF possono crescere più di altri e modificare la distribuzione iniziale del portafoglio. Ribilanciare significa riportare le percentuali agli obiettivi stabiliti, vendendo una parte degli strumenti cresciuti di più e acquistando quelli rimasti indietro. Questo processo aiuta a mantenere il livello di rischio coerente con la strategia iniziale.
Infine, i costi. Uno dei principali vantaggi degli ETF è proprio la loro efficienza. Tuttavia esistono differenze tra i vari strumenti in termini di commissioni, dimensioni del fondo e liquidità sul mercato. Valutare questi elementi prima dell'acquisto può fare una differenza significativa nel lungo periodo, soprattutto per chi investe con un orizzonte di molti anni.Costruire un portafoglio ETF non richiede necessariamente strategie complesse. Molti investitori scelgono soluzioni molto semplici composte da pochi strumenti ben diversificati. L'aspetto più importante rimane la coerenza nel tempo: investire con regolarità, mantenere la disciplina e non lasciarsi guidare dalle oscillazioni di breve periodo dei mercati.