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+194% in un anno e non è finita. Questo ETF si prepara al decollo con l’IPO di SpaceX
20 maggio, di Lorenzo Raffo — ETF e Fondi
È iniziato il countdown: la tanto attesa quotazione in Borsa (naturalmente a Wall Street) di SpaceX - società aerospaziale privata Usa fondata da Elon Musk nel 2002 – sta per entrare nella fase operativa, ovvero nel lungo e articolato processo di documentazioni da fornire al mercato, poi di roadshow e infine di comunicazione del prezzo e inizio della quotazione vera e propria.
Mai si sono forse registrate tante aspettative per un'IPO - offerta pubblica iniziale - anche perché per altre big – per esempio Nvidia, Apple e Tesla – l'iter avvenne quando i relativi business non erano ancora esplosi. L'avvio delle contrattazioni dovrebbe avvenire fra metà e fine giugno, dopo che si sarà scatenata una corsa a ottenere anche un marginalissimo numero di azioni della società, in previsione di un “rush” nei mesi e negli anni successivi.
Attenzione comunque: Musk è un volpone e certamente concederà a caro prezzo le quote della sua creatura.
Perché il settore dei satelliti è in evidenza?
È più che in evidenza. Per vari motivi. L'Ipo di SpaceX potrebbe valere una capitalizzazione ultra miliardaria. Muoverebbe Wall Street più di quanto sia avvenuto per altre Ipo. Si dice a New York che grandi operatori si siano già messi in coda per acquisire quote rilevanti del capitale della società. Il settore inoltre ha effettivamente grandi prospettive in un mondo in cui tecnologie e difesa guardano allo spazio. Non solo: ha un ruolo anche per le comunicazioni via Internet, per il monitoraggio climatico, per la conquista futura di altri pianeti e per vari ulteriori utilizzi.
Con quale strumento investire?
Bisognerebbe aderire all'Ipo e sperare - come detto - di vedersi attribuire azioni di SpaceX prima della quotazione ufficiale, che avverrà quasi certamente a prezzi ben più alti rispetto a quelli dell'offerta pubblica. Spesso pochi intermediari sono però in grado di far aderire a quest'ultima, anche perché si andrà senz'altro al cosiddetto riparto proporzionale, tipico di quando gli investitori aderenti sono tantissimi. Ci sono poi degli strumenti con cui operare sul cosiddetto grey market, riferito alla fase pre quotazione ufficiale, ma possibili solo per chi abbia accesso a un mercato complesso e comunque non regolamentato.
C'è tuttavia un altro modo di investire in prospettiva ed è ben più semplice. Si tratta di mettere in portafoglio un ETF che replica appunto il settore spaziale. Il più trattato a livello internazionale e quotato anche a Piazza Affari è il Vaneck Space Innovators (Isin IE000YU9K6K2), che replica azioni di società che generano almeno il 50% dei propri ricavi da prodotti e servizi legati all'industria spaziale nelle seguenti aree: esplorazione cosmica, razzi e sistemi di propulsione, attrezzature satellitari e soluzioni di comunicazione, nonché infine altre attrezzature tecnologiche.
Come sta muovendosi
In fortissimo rialzo (del 194% su un anno). Il trend positivo si è accentuato da inizio 2026 e non sembra trovare ostacoli. Rilevanti gli scambi quotidiani, spinti dalle indiscrezioni sull'Ipo di SpaceX.
I punti forti
È un comparto relativamente nuovo ma con grandi ulteriori potenzialità di crescita
Eccolo un settore di nicchia destinato a non essere più taleI punti deboli
L'effetto SpaceX si sta facendo sentire, forse più di quanto i fondamentali delle azioni replicate giustificherebbero
Per ora la volatilità è stata bassa ma dopo l'Ipo di Musk potrebbe esplodereAttenzione a…
Se la quotazione di SpaceX fosse esagerata (il che non è escluso) il mercato potrebbe reagirebbe negativamente, bastonando tutto il settore
DISCLAIMER
Le informazioni e le considerazioni contenute nel presente articolo non devono essere utilizzate come unico o principale supporto in base al quale assumere decisioni relative agli investimenti. Il lettore mantiene la piena libertà nelle proprie scelte d'investimento e la piena responsabilità nell'effettuazione delle stesse, poiché egli solo conosce la sua propensione al rischio e il suo orizzonte temporale. Le informazioni contenute nell'articolo sono fornite a mero scopo informativo e la loro divulgazione non costituisce e non è da considerarsi un'offerta o sollecitazione al pubblico risparmio. -
Il Piano Casa di Meloni metterà il turbo a queste azioni e ETF. Occhio a queste quotate
19 maggio, di Redazione Money Premium — Azioni
Il Piano Casa varato dal governo Meloni a fine aprile 2026, con l'obiettivo ambizioso di mettere a disposizione oltre 100.000 alloggi in dieci anni attraverso un impegno complessivo fino a 10 miliardi di euro (tra risorse pubbliche dirette e leva privata), non rappresenta solo una risposta all'emergenza abitativa.
Per gli investitori istituzionali e retail attenti al mattone quotato e fondiario, costituisce un catalizzatore di medio-lungo periodo che rafforza i fondamentali di un settore già in fase di recupero.
Le semplificazioni burocratiche, le procedure accelerate con conferenza dei servizi e commissario straordinario, le deroghe urbanistiche e il coinvolgimento diretto di veicoli come Invimit e CDP creano un ponte solido tra capitale pubblico e privato, favorendo progetti di housing sociale, rigenerazione urbana e residential a canoni accessibili.
I fondi pronti a scattare
Il mercato dei fondi immobiliari italiani ha chiuso il 2025 con numeri che confermano una posizione di leadership europea: terzo per dimensione dopo Germania e Francia, con un NAV a 121,5 miliardi di euro (+6,6% annuo) e patrimonio immobiliare gestito a 139 miliardi (+6,1%). Le performance operative sono ancora più incoraggianti: nel terzo trimestre 2025 i fondi focalizzati sull'Italia hanno registrato un rendimento totale mobile a un anno del 7,59%, contro il 4,43% dell'indice INREV europeo. Su orizzonti triennali, quinquennali e settennali la sovraperformance è sistematica, sostenuta soprattutto dal retail urbano prime e dai segmenti living.
Gli investimenti complessivi nel real estate italiano hanno toccato i 12,5 miliardi di euro nel 2025 (+23% rispetto all'anno precedente), secondo Cushman & Wakefield, con retail, hospitality e living in evidenza. Nel 2026 si attende una fase di consolidamento con ulteriore compressione dei rendimenti (yield compression stimata tra 10 e 25 basis points sugli asset prime a Milano e Roma, intorno al 5,25-5,50%), favorita dal calo dei tassi BCE e dalla maggiore disponibilità di capitale core.
Le azioni da monitorare
In questo contesto, il Piano Casa agisce come moltiplicatore: mobilita risorse europee di coesione, offre garanzie e crea flussi di cassa prevedibili su progetti di affordable housing che altrimenti faticherebbero ad attrarre capitale privato puro. Tra le SIIQ quotate, IGD – Immobiliare Grande Distribuzione (ISIN IT0005322612) emerge come uno dei principali beneficiari. Nel primo trimestre 2026 ha riportato risultati solidi: FFO a 11,7 milioni di euro (+14,7% rispetto al Q1 2025), utile netto a 5,7 milioni (da 1,6 milioni), footfall nei centri commerciali +5,1%, vendite tenant +4,7% e rental uplift +1,3%. L'occupancy è salita al 96,09%, il costo medio del debito è sceso al 4,8% (-30 bps) e l'LTV è stabile al 43,3%.
La guidance per l'intero 2026 resta confermata a un FFO di almeno 45 milioni. Con una quotazione intorno ai 4,05-4,10 euro a metà maggio 2026 (circa +18% da inizio anno), gli analisti indicano target fino a 4,83 euro, offrendo un upside potenziale del 18% circa, oltre a un dividendo proposto di 0,15 euro per azione.
IGD beneficia direttamente dalla resilienza del retail di prossimità e dalla rigenerazione urbana, segmenti perfettamente allineati con gli obiettivi del Piano Casa. Anche COIMA RES e la più ampia piattaforma COIMA, attiva su progetti integrati a Milano (compreso il Villaggio Olimpico 2026 che diventerà student housing), stanno capitalizzando sulla domanda di living e social housing.
La società ha chiuso finanziamenti per oltre un miliardo negli ultimi mesi e gestisce fondi impact con target IRR netti intorno al 10%, dimostrando come le partnership pubblico-private possano generare rendimenti attraenti per investitori istituzionali con mandato ESG.
Gli ETF che ne beneficieranno
Per gli investitori retail che cercano un'esposizione al settore immobiliare senza dover selezionare singole azioni o immobilizzare capitale in strumenti illiquidi, gli ETF rappresentano una soluzione particolarmente efficiente. Consentono infatti di accedere in un'unica operazione a un portafoglio ampio e diversificato di società immobiliari quotate (REIT e analoghi europei e globali), riducendo il rischio specifico legato a singoli operatori o mercati locali.
In questo contesto, il VanEck Global Real Estate UCITS ETF (TRET, ISIN NL0009690239) si posiziona come uno degli strumenti più utilizzati per un'esposizione globale al real estate quotato. Il fondo replica un paniere internazionale di società immobiliari, con una forte diversificazione geografica e settoriale che include residenziale, logistica, uffici, retail e segmenti alternativi come data center e healthcare real estate. Con un TER dello 0,25% e masse in gestione nell'ordine di alcune centinaia di milioni di euro, si colloca nella fascia degli ETF efficienti in termini di costo. Nel 2026 ha registrato una performance positiva da inizio anno, sostenuta dal rientro graduale dei tassi d'interesse e dal conseguente recupero delle valutazioni del comparto immobiliare quotato, con un rendimento da dividendo che storicamente si attesta intorno al 3–4% annuo. Il driver principale resta proprio la sensibilità ai tassi: quando il costo del denaro scende, i REIT tendono a beneficiare sia della rivalutazione degli asset sottostanti sia del miglioramento delle condizioni di finanziamento, con effetti positivi sui multipli di mercato.
Per chi desidera una maggiore focalizzazione sull'Europa, esistono alternative come gli iShares European Property Yield, che concentrano l'esposizione sulle principali società immobiliari del continente caratterizzate da elevati dividendi e business model più legati ai mercati domestici. Questa impostazione consente di aumentare indirettamente il peso su economie come quella italiana, intercettando le dinamiche di crescita del settore immobiliare europeo e le politiche pubbliche orientate alla riqualificazione urbana e all'housing accessibile.
In un contesto come quello delineato dal Piano Casa, questi strumenti diventano rilevanti perché permettono di partecipare indirettamente alla crescita del settore senza esporsi ai rischi di esecuzione dei singoli progetti. La crescita attesa del mercato immobiliare italiano, indicata da Scenari Immobiliari in un ordine di grandezza vicino all'8% annuo del fatturato settoriale, non si riflette solo sugli sviluppatori diretti, ma anche sulle società quotate che beneficiano della rivalutazione degli asset, dell'aumento degli affitti e del miglioramento della domanda abitativa.
La view degli analisti
Per gli investitori retail e per i family office, le SIIQ rappresentano il modo più diretto per ottenere esposizione al mercato immobiliare italiano quotato. Strumenti come IGD – Immobiliare Grande Distribuzione offrono infatti un accesso a flussi di cassa legati a asset reali e una politica di dividendi strutturalmente elevata, tipica del regime REIT. In un contesto di stabilizzazione dei tassi, diversi analisti di equity research italiana, tra cui il team real estate di Equita SIM e quello di Banca Akros, hanno evidenziato come il principale driver non sia più la crescita dei multipli, ma la sostenibilità dei flussi e la progressiva rivalutazione del NAV legata alla compressione dei rendimenti immobiliari.
Sul Piano Casa, il consenso tra gli operatori di mercato è che il vero impatto non sarà immediato, ma progressivo. Secondo le analisi di CBRE Italia (team guidato da Giulia Ghiani e Silvia Gandellini), il programma agisce soprattutto come “abilitatore di pipeline”: riduce frizioni regolatorie e tempi autorizzativi, aumentando la probabilità che progetti di housing sociale e rigenerazione urbana raggiungano la fase esecutiva. CBRE sottolinea nei suoi outlook 2026 che il segmento Living e Student Housing sarà tra i principali beneficiari strutturali del ciclo europeo del real estate, più che del singolo intervento normativo.
Una lettura simile arriva da JLL Italia, dove il team guidato da Silvia Gandellini (Capital Markets) evidenzia come il mercato italiano stia entrando in una fase di “capital reallocation”: più interesse verso asset operativi (residenziale, hospitality, logistica urbana) e meno verso uffici tradizionali. In questo contesto, il Piano Casa viene interpretato come un acceleratore della domanda istituzionale su asset a reddito stabile, soprattutto nelle grandi aree metropolitane. JLL segnala inoltre che la presenza di capitale core europeo resta determinante per sostenere la pipeline di sviluppo residenziale.
Per chi investe in modo più tattico, gli ETF come il VanEck Global Real Estate UCITS ETF (TRET) rappresentano invece un'esposizione macro al ciclo globale dei tassi. Qui la lettura degli strategist di banche d'investimento come Goldman Sachs Asset Management e Morgan Stanley Research è chiara: il settore REIT tende a sovraperformare nelle fasi di discesa dei tassi reali, non tanto per crescita degli affitti, quanto per rivalutazione dei multipli e riduzione del costo del capitale.
In parallelo, una parte della ricerca europea — in particolare Savills Researc e Knight Frank Research — sottolinea come il tema centrale non sia più solo il rendimento immobiliare, ma la scarsità strutturale di offerta abitativa nelle città ad alta domanda. Questo rende il segmento housing più difensivo rispetto ad altri comparti immobiliari ciclici, e rafforza l'idea che politiche pubbliche come il Piano Casa abbiano un effetto di lungo periodo sulla stabilità del settore più che sui rendimenti immediati.
Attenzione ai rischi
Il rischio principale, come evidenziato anche da Oxford Economics nelle analisi sul mercato immobiliare europeo, resta legato alla capacità di execution: se il capitale privato non supera la soglia minima necessaria per moltiplicare le risorse pubbliche (circa 970 milioni iniziali), l'impatto del piano rischia di rimanere parziale. A questo si aggiunge l'incertezza politica legata al ciclo elettorale 2027, che potrebbe influenzare continuità e priorità infrastrutturali.
Nonostante questo, il quadro complessivo delineato dagli analisti è relativamente coerente: domanda abitativa strutturalmente elevata, costo del capitale in riduzione e crescente integrazione dei criteri ESG stanno rendendo il real estate italiano più attrattivo e istituzionale rispetto al passato. In questo scenario, la vera differenza per gli investitori non sarà entrare o meno nel settore, ma selezionare correttamente tra esposizione diretta tramite SIIQ, esposizione globale tramite ETF e allocazioni private in fondi o club deal legati alla pipeline del Piano Casa.
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Sorpresa, l’ETF che è volato di più è questo. La classifica
13 maggio, di Laura Naka Antonelli — ETF e Fondi
Sorpresa: Rahul Bhushan, responsabile globale dei prodotti di investimento di ARK Invest Europe, divisione europea della società di gestione degli investimenti Ark Invest fondata da Cathie Wood, ha fatto notare che, nel mese di aprile, a salire sul podio degli ETF tematici non sono stati gli ETF sulla difesa, che pur hanno continuato a occupare una posizione di tutto rispetto nella classifica dei flussi netti in arrivo, così come neanche gli ETF sullo spazio.
La vetta della classifica è stata occupata da ETF tematici relativi a un altro settore, in un contesto che ha visto in generale i flussi netti raggiungere nel mese la cifra di 3,33 miliardi di dollari.
Bushan ha fatto anche il punto sul trend degli ETF dall'inizio del 2026, con tanto di tabelle indicando, oltre alla classifica dei flussi netti in arrivo, anche quella dei deflussi, ovvero dell'uscita degli investimenti da alcuni ETF tematici.
Ark Invest Europe, Clean Energy in cima alla classifica degli ETF tematici nel mese di aprile
In cima alla classifica degli ETF tematici, e questa è la sorpresa messa in luce dal responsabile della divisione di prodotti di investimenti di Ark Invest Europe, è balzato il tema Clean Energy, che ha raccolto flussi per un ammontare di 537 milioni di dollari.
Per la prima volta dall'inizio dell'anno, il settore difesa è stato così scavalcato, pur continuando a confermandosi al primo posto della classifica dell'anno 2026.
Il primato degli ETF sul Clean Energy si spiega con il fatto che “gli investitori sembrano puntare sulla crescita della domanda di elettricità legata all'AI e ai data center, guardando oltre le turbolenze di breve periodo sul fronte politico”.
Gli ETF sullo Spazio continuano a ricoprire un posto di tutto rispetto, con flussi netti pari a +364 milioni di dollari, fattore che indica, ha spiegato Rahul Bhushan, che “la crescente commercializzazione del settore lo consolida come tema strutturale, sostenuto sia dal capitale privato che dalla spesa pubblica ”.
Fanno seguito gli ETF su altri temi particolarmente seguiti nell'ultimo periodo come Uranio ed Energia Nucleare (+322 milioni), AI (Intelligenza Artificiale, con flussi pari a +303 milioni) e le Smart Grid (+302 milioni).
ETF tematici, i deflussi più significativi nel mese di aprile
I deflussi più significativi di aprile hanno colpito invece i seguenti ETF tematici:
- Cybersecurity: (-67 milioni).
- Economia delIdrogeno (-58 milioni).
- Economia Circolare (-55 milioni).
La difesa europea rimane sul podio della classifica nell'intero 2026
Il manager di Ark Invest ha presentato anche i numeri degli ETF che hanno ricevuto i maggiori flussi netti dall'inizio del 2026, ammontati a 8,88 miliardi di dollari.
La difesa europea è rimasta al primo posto della classifica, confermando la propria leadership con +2,32 miliardi di flussi in arrivo.
Al secondo posto si sono posizionati gli ETF sulla difesa globale, con afflussi di 1,79 miliardi.
Ancora, “ l'uranio, sempre protagonista quest'anno , raggiunge il miliardo di dollari di raccolta netta (+1 miliardo), posizionandosi al terzo posto davanti a robotica e automazione (+787 milioni) e al Clean Energy (752 milioni), che beneficia soprattutto del boom dell'ultimo mese”.
Sempre dall'inizio del 2026, gli ETF tematici peggiori hanno continuato invece a essere quelli legati a Internet e e-commerce cinese, con -402 milioni di dollari, seguiti da quelli sull'acqua pulita, che hanno fatto i conti con deflussi per un valore di 295 milioni di dollari. A tal proposito, Rahul Bhushan ha fatto notare che, “nonostante la tesi di lungo periodo strutturalmente convincente per le infrastrutture idriche, forse è in atto un periodo di rotazione verso altri temi che beneficiano maggiormente della crescita di AI ed elettrificazione”.
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Addio ai fondamentali. C’è una rivoluzione sui mercati finanziari che non può più essere ignorata
11 maggio, di Gerardo Marciano — ETF e Fondi
Da tempo diamo per scontato che gli ETF siano semplici strumenti passivi. Li abbiamo sempre considerati quasi come specchi del mercato: il mercato sale e loro salgono, il mercato scende e loro scendono. Fine della storia. Ed è anche il motivo per cui hanno avuto un successo enorme. Costano poco, sono semplici da comprare e permettono a chiunque di investire senza dover analizzare bilanci o seguire trimestrali. Per milioni di persone comprare un ETF sul S&P 500 significa semplicemente “investire nell'economia americana”.
Il problema è che oggi il loro peso è diventato talmente grande da rendere sempre meno chiaro dove finisca la semplice replica del mercato e dove inizi invece l'influenza sul mercato stesso.
Quando la gestione passiva era marginale il tema praticamente non esisteva. Oggi invece, negli Stati Uniti, gli strumenti passivi hanno superato quelli attivi in termini di asset gestiti. Secondo diverse stime, oltre il 50% del capitale investito nei fondi americani è ormai gestito in modo passivo. Fino a pochi anni fa una situazione del genere sarebbe sembrata quasi impensabile anche a molti professionisti di Wall Street.
Perché un ETF non prende decisioni. Replica.
Se una società pesa il 2% di un indice, l'ETF la compra in quella proporzione. Se quel titolo continua a salire e arriva a pesare il 5%, l'ETF dovrà comprarne ancora di più. Sembra un dettaglio tecnico. Ma potrebbe avere conseguenze enormi.
Negli ultimi anni gran parte della performance dello S&P 500 è stata trainata quasi sempre dagli stessi nomi: Apple, Microsoft, NVIDIA, Amazon, Meta Platforms e Alphabet.In alcuni momenti del 2024 e del 2025, le cosiddette “Magnificent 7” sono arrivate a rappresentare quasi un terzo dell'intera capitalizzazione dello S&P 500. Un livello di concentrazione che il mercato americano non vedeva da decenni.
Molti investitori pensavano di essere ultra diversificati perché possedevano “500 aziende”. In realtà una parte enorme dei rendimenti arrivava sempre dagli stessi colossi tecnologici.E qui il meccanismo inizia a diventare interessante.
Quando NVIDIA continua a salire, aumenta automaticamente il suo peso negli indici. E se aumenta il suo peso negli indici, migliaia di ETF e fondi indicizzati sono costretti a comprare ancora più NVIDIA.
In certi momenti il mercato sembra premiare meno il valore reale di un'azienda e più la sua capacità di entrare nei grandi circuiti automatici del capitale.Naturalmente questo non significa che NVIDIA non sia una società straordinaria. Il punto è un altro: una parte crescente della domanda non nasce più da un'analisi attiva del business, ma dai flussi automatici generati dalla gestione passiva.
È un cambiamento enorme.Per decenni Wall Street ha funzionato come una gigantesca macchina di allocazione del capitale. Analisti, fondi e investitori cercavano di capire quali aziende meritassero davvero valore (stock picking).
Oggi invece il rischio è che il mercato inizi lentamente a favorire soprattutto ciò che è già grande.
Le small cap americane sono un esempio interessante. Negli ultimi anni molte società più piccole hanno continuato a crescere, aumentare gli utili e migliorare i bilanci. Eppure il mercato spesso le ha ignorate. Non necessariamente perché fossero aziende peggiori, ma perché pesavano poco negli indici e quindi ricevevano meno capitale automatico.Questo meccanismo diventa ancora più evidente durante l'ingresso di una società nello S&P 500. Storicamente molti titoli registrano rialzi immediati appena entrano nell'indice. Non perché il business cambi improvvisamente nel giro di una notte, ma perché ETF e fondi indicizzati sono obbligati a comprarli. È uno dei migliori esempi di come oggi i flussi possano influenzare il prezzo almeno quanto i fondamentali.
Ed è forse qui che anche molti indicatori storici iniziano a diventare più difficili da interpretare.
Da anni molti analisti guardano con preoccupazione indicatori come il CAPE di Shiller, il famoso indicatore di Warren Buffett basato sul rapporto tra capitalizzazione totale del mercato e PIL, oppure il P/E dello S&P 500, che negli ultimi anni è rimasto stabilmente sopra la media storica, spesso in area 21 o anche oltre.Storicamente valutazioni così elevate hanno spesso invitato alla prudenza. E molti continuano a considerarle segnali di possibile sopravvalutazione. Ma oggi forse il punto è ancora più complesso. Perché questi indicatori potrebbero significare tutto o niente se il mercato sta entrando davvero in un paradigma diverso.
Un paradigma in cui i mercati non salgono soltanto perché aumentano utili, produttività o crescita economica. Ma anche perché enormi quantità di capitale vengono indirizzate automaticamente verso gli stessi asset attraverso ETF, fondi passivi, algoritmi e strategie quantitative.
In altre parole, una parte della forza del mercato potrebbe non derivare più esclusivamente dai fondamentali tradizionali, ma dalla struttura stessa dei flussi finanziari moderni. Ed è proprio questo che rende così difficile capire dove finisca il valore reale e dove inizi invece l'effetto della finanza automatizzata.
Il mercato potrebbe essere entrato in un nuovo paradigma
Oggi forse stiamo entrando in una fase in cui l'analisi fondamentale tradizionale rischia di non bastare più da sola per spiegare i movimenti dei mercati.
Per decenni gli investitori hanno guardato utili, multipli, crescita, debito, cash flow e valutazioni storiche. Se un titolo diventava troppo caro rispetto agli utili, prima o poi tendeva a correggere. Se invece un'azienda cresceva davvero ma rimaneva sottovalutata, il mercato nel tempo tendeva a premiarla.
Oggi però il quadro sembra molto più complesso. Potremmo iniziare a vedere azioni salire ben oltre ciò che sembrerebbe razionale osservando soltanto i fondamentali. E altre aziende magari solide, profittevoli e con valutazioni interessanti potrebbero restare ferme o addirittura scendere semplicemente perché fuori dai grandi flussi automatici del capitale.
Ed è qui che emerge forse il paradosso più interessante.Per oltre un secolo il “vero mercato” è stato rappresentato dagli indici. Oggi invece potrebbe accadere qualcosa di diverso: il vero mercato potrebbero diventare gli ETF stessi. Sembra una frase assurda, ma forse non lo è più così tanto. Perché quando migliaia di miliardi si muovono automaticamente sugli stessi strumenti, gli ETF smettono lentamente di essere semplici contenitori del mercato e iniziano a diventarne una forza attiva.
In pratica il flusso potrebbe iniziare a contare più del valore. Ed è un fenomeno che in parte abbiamo già visto in altri segmenti della finanza moderna.
L'esempio dei CFD è interessante.
Con l'esplosione del trading retail, i CFD hanno creato in molti casi una sorta di “mercato parallelo”, dove il vero market maker non era più il mercato reale ma il broker stesso. E spesso chi faceva trading intraday vedeva mini spike, massimi e minimi leggermente diversi rispetto al mercato sottostante reale.Non era il mercato puro. Era una struttura finanziaria costruita sopra il mercato. Ed è forse qui che il discorso sugli ETF diventa davvero profondo. Perché il rischio teorico è che si inizi lentamente a creare una gigantesca struttura automatizzata che non si limita più a riflettere il mercato reale, ma che in certi momenti finisca per influenzarlo, amplificarlo o addirittura anticiparlo.
ETF, algoritmi e crash: cosa succede quando i flussi guidano il mercato
Ma gli ETF sono soltanto una parte della trasformazione. Negli ultimi anni i mercati sono stati invasi anche dai sistemi di trading automatico e ad alta frequenza. Secondo alcune stime, negli Stati Uniti una quota enorme degli scambi giornalieri viene ormai eseguita da algoritmi e sistemi quantitativi.
La parte più impressionante è che molti di questi sistemi non sanno nemmeno cosa faccia realmente un'azienda. Non leggono bilanci, non ascoltano conference call e non cercano di capire il valore intrinseco di un business. Reagiscono semplicemente ai dati di mercato. E soprattutto reagiscono ad altri algoritmi.
Questo aiuta a spiegare alcuni movimenti apparentemente assurdi degli ultimi anni. Il Flash Crash del 6 maggio 2010 è probabilmente l'esempio più famoso. In pochi minuti il Dow Jones Industrial Average perse quasi 1.000 punti per poi recuperare gran parte del ribasso poco dopo. In quell'episodio diversi ETF registrarono movimenti completamente scollegati dal valore reale dei titoli sottostanti.
Ma episodi simili, anche se meno estremi, continuano a verificarsi ancora oggi. Nelle ultime settimane sia sugli indici americani sia su quelli europei si sono viste spike improvvise di alcuni punti percentuali nel giro di meno di un minuto. Movimenti violentissimi spesso riassorbiti quasi subito, difficili da collegare a veri cambiamenti macroeconomici o ai fondamentali delle aziende.
Ed è proprio questo il punto più delicato. Gli ETF probabilmente non saranno la causa delle prossime crisi finanziarie o di forti rialzi. Ma potrebbero amplificarne la velocità e la violenza in modi che il mercato non ha mai sperimentato prima.
Perché quando una discesa improvvisa attiva vendite automatiche, rompe livelli tecnici e aumenta la volatilità, altri algoritmi iniziano spesso a reagire scaricando ulteriori posizioni. Gli ETF devono riequilibrare i portafogli. I sistemi quantitativi leggono il momentum negativo e vendono ancora.A quel punto il rischio è che il ribasso inizi ad alimentarsi da solo. Questo vale anche per i rialzi.
Non necessariamente perché siano peggiorati gli utili, l'economia o i fondamentali delle aziende. Ma perché la struttura tecnica del mercato entra in una spirale automatica.Naturalmente è possibile che il sistema continui a funzionare senza problemi ancora per molti anni. I mercati hanno sempre assorbito innovazioni che inizialmente sembravano destabilizzanti. Ed è anche vero che gli ETF hanno democratizzato gli investimenti e ridotto enormemente i costi per milioni di risparmiatori. Ma questo non significa che il mercato non stia cambiando struttura.
Per oltre un secolo abbiamo pensato alla Borsa come a un luogo guidato principalmente dai fondamentali: crescita economica, produttività, innovazione, tassi e utili. Oggi invece una parte crescente dei movimenti sembra nascere dai flussi.
E questo apre anche un altro problema enorme: il cosiddetto price discovery, cioè la capacità del mercato di trovare il “prezzo corretto” delle aziende.La gestione passiva funziona bene solo se esiste ancora abbastanza gestione attiva da mantenere efficiente il mercato. Gli ETF possono replicare un mercato efficiente, ma non possono creare quell'efficienza da soli.
Poi c'è il tema del potere. Oggi BlackRock, Vanguard e State Street Global Advisors sono tra i principali azionisti di gran parte delle aziende dello S&P 500. Questo significa che una parte enorme del capitalismo americano sta iniziando a essere mediata da tre soggetti che, pur non essendo i proprietari diretti del capitale, influenzano governance, votazioni e strategie aziendali.
È un cambiamento storico di cui si parla ancora troppo poco. Eppure il paradosso finale potrebbe essere un altro.Più il mercato diventa automatico, più potrebbe aumentare il valore di chi continua ancora a ragionare in modo umano.
Perché in un sistema dominato da flussi passivi, algoritmi e strategie quantitative, le vere opportunità potrebbero nascere proprio nelle aree del mercato che il capitale automatico guarda meno.Forse tra dieci anni guarderemo questa fase come l'inizio di una trasformazione enorme dei mercati finanziari. Oppure scopriremo che il sistema riesce ancora ad assorbire tutto senza rompersi davvero. Ma una cosa sembra già evidente: il peso crescente della gestione passiva e dei sistemi automatici sta cambiando il modo in cui il capitale si muove nei mercati. E probabilmente stiamo ancora sottovalutando quanto profondo possa essere questo cambiamento.
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Se investi in questi ETF rischi di pagare una tripla tassazione. Fino al 56% sui dividendi
10 maggio, di Pietro Pisello — Tassazione Rendite Finanziarie
La tassazione degli ETF può diventare molto più penalizzante di quanto la maggior parte degli investitori immagini, soprattutto quando si scelgono strumenti con l'obiettivo di generare una rendita periodica, come gli ETF a distribuzione.
In questi casi, infatti, l'efficienza fiscale gioca un ruolo fondamentale e può incidere enormemente sul rendimento reale dell'investimento nel lungo periodo.
Molti investitori si concentrano soltanto sul rendimento del dividendo o sui costi di gestione dell'ETF, trascurando però il peso delle imposte. E proprio qui nasce il problema. Investendo in ETF a distribuzione si rischia, infatti, di subire non una, non due, ma addirittura tre diverse forme di tassazione sui dividendi distribuiti nel tempo.Il carico fiscale complessivo può diventare enorme. In alcuni casi, la tassazione totale può arrivare fino al 56%, con il risultato che oltre la metà dei dividendi incassati finisce nelle casse del fisco invece che nel portafoglio dell'investitore.
La buona notizia, però, è che esistono soluzioni perfettamente legali per evitare questa inefficienza fiscale e ridurre drasticamente il peso delle tasse. Vediamo meglio di cosa si tratta.
Perché la tassazione degli ETF a distribuzione è così inefficiente?
Come già detto, la tassazione degli ETF a distribuzione può essere molto più elevata di quanto si possa pensare. Il motivo è che sui dividendi distribuiti da questi strumenti può verificarsi una doppia, o addirittura tripla, imposizione fiscale.
In pratica, la tassazione può colpire i dividendi in tre momenti diversi:- nel Paese di origine delle società presenti nell'ETF;
- nel Paese di domiciliazione dell'ETF;
- e infine in Italia, con l'aliquota del 26% applicata all'investitore finale.
Questo significa che una parte delle imposte viene trattenuta ancora prima che il dividendo arrivi all'ETF, un'ulteriore quota può essere tassata a livello del fondo e, infine, l'investitore italiano paga la classica imposta del 26% al momento della distribuzione della cedola.
Ad esempio, negli ETF che replicano indici americani o globali come S&P 500 o MSCI World, la componente statunitense può subire una ritenuta fiscale alla fonte fino al 30%. A questa si aggiunge poi la tassazione italiana del 26% sui dividendi incassati dall'investitore.
Il risultato? Un prelievo fiscale complessivo che, in alcuni casi, può arrivare fino al 56%. In pratica, oltre metà dei dividendi distribuiti rischia di finire in tasse.
In realtà il 56% è una semplificazione utile per comprendere il problema: facendo calcoli più precisi, l'aliquota effettiva complessiva risulta poco più bassa.
Ad ogni modo, non esattamente la situazione ideale se il tuo obiettivo è vivere di rendita o costruire un flusso di reddito efficiente nel lungo periodo. Ma quindi: esiste un modo per migliorare questa situazione e ridurre legalmente la tassazione?Come ridurre al massimo l'inefficienza fiscale degli ETF a distribuzione
Il primo punto, ma anche il più banale, è il seguente: se non hai bisogno di una rendita immediata, gli ETF ad accumulazione sono sicuramente molto più efficienti dal punto di vista fiscale.
Negli ETF ad accumulazione, infatti, i dividendi non vengono distribuiti all'investitore, ma reinvestiti automaticamente nel fondo. Questo significa che non paghi subito il 26% di tassazione italiana sui dividendi. Le imposte arriveranno solo al momento della vendita dell'ETF, sull'eventuale plusvalenza realizzata. Nel lungo periodo, questo può fare una grande differenza grazie all'effetto dell'interesse composto.Secondo punto: attenzione al domicilio dell'ETF. Molti ETF sono domiciliati in Irlanda e questo rappresenta spesso un vantaggio fiscale importante. Grazie al trattato fiscale tra Stati Uniti e Irlanda, la tassazione sui dividendi delle società americane scende dal 30% al 15%. In pratica, l'ETF riesce a trattenere una quota maggiore dei dividendi incassati.
Terzo punto: gli ETF a replica sintetica. In questo caso l'ETF replica l'indice tramite uno swap, come se la tassazione sui dividendi fosse pari a zero. Esiste un costo chiamato “swap fee”, ma spesso risulta inferiore al beneficio fiscale ottenuto.Riassumendo: gli ETF ad accumulazione sono generalmente più efficienti rispetto a quelli a distribuzione. Se invece si sceglie un ETF a replica fisica, può essere preferibile optare per strumenti domiciliati in Irlanda. Gli ETF a replica sintetica, infine, risultano spesso ancora più efficienti dal punto di vista fiscale.
Attenzione però: questo contenuto ha finalità puramente didattiche e non rappresenta un consiglio di investimento. Esistono molte altre variabili e rischi da considerare, quindi non si tratta di una scelta automatica valida per tutti.