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Perché molti investitori stanno ripensando gli ETF sulle commodity?
6 aprile, di Redazione Money Premium — Materie Prime
Negli ultimi decenni le crisi internazionali hanno spesso avuto un effetto immediato sui mercati delle materie prime. Quando la tensione cresce in aree strategiche come il Medio Oriente, gli operatori finanziari iniziano rapidamente a scommettere su possibili aumenti del prezzo del petrolio.
Questo fenomeno non è nuovo: già dagli anni Settanta, dopo gli shock petroliferi del 1973 e del 1979, le commodity sono diventate uno dei termometri principali della geopolitica globale. A queste dinamiche si aggiungono frequentemente oscillazioni nei metalli industriali come rame, alluminio e nichel, mentre nei momenti di incertezza gli investitori si rifugiano nel tradizionale bene difensivo rappresentato dall'oro.
L'insieme di queste risorse naturali viene comunemente definito commodity, un universo che comprende energia, metalli preziosi, metalli industriali e prodotti agricoli. In teoria questo mercato dovrebbe rappresentare un'interessante opportunità per chi desidera diversificare il proprio portafoglio di investimento. Non a caso, secondo dati della Banca Mondiale, il valore complessivo del commercio globale di materie prime supera i 7 trilioni di dollari l'anno. Tuttavia, quando si passa dalla teoria alla pratica finanziaria, la questione diventa più complessa.
Negli ultimi anni molti investitori hanno iniziato a inserire nei loro portafogli strumenti come gli ETF sulle commodity. L'idea è semplice: acquistare un fondo quotato che replica un indice di materie prime per ottenere esposizione a questo settore senza dover comprare fisicamente petrolio, rame o grano. Alcuni modelli di allocazione del capitale, spesso chiamati lazy portfolio, suggeriscono proprio di inserire una piccola quota di commodity per migliorare la diversificazione statistica.
La realtà però è che chi compra un ETF su materie prime raramente possiede davvero un bene fisico. Nella maggior parte dei casi questi strumenti replicano indici tramite contratti futures, cioè derivati finanziari legati al prezzo futuro di una materia prima. Questo significa che l'investitore non detiene barili di petrolio o lingotti d'oro, ma posizioni contrattuali con controparti finanziarie. È un dettaglio spesso ignorato, ma fondamentale per capire il funzionamento di questo mercato.
Un altro elemento che complica l'analisi è la varietà degli indici utilizzati per misurare il mercato delle commodity. Tra i più noti troviamo il Bloomberg Commodity Index, il S&P GSCI e il UBS CMCI Composite Index. Ognuno di questi utilizza criteri di ponderazione diversi. Nel caso dello S&P GSCI, ad esempio, il settore energetico può rappresentare oltre il 50% dell'indice, mentre i metalli preziosi pesano molto meno. Questo significa che due ETF sulle commodity possono avere risultati molto differenti anche nello stesso periodo.
Un esempio concreto arriva dai dati più recenti. Nel corso degli ultimi dodici mesi alcuni ETF collegati al Bloomberg Commodity Index hanno registrato performance vicine al 20%, mentre strumenti basati sul CMCI Composite Index si sono fermati intorno al 10%. Differenze di questo tipo dimostrano quanto sia difficile parlare genericamente di “materie prime” senza considerare la struttura dell'indice sottostante.
Se però si osserva un arco temporale più lungo, il quadro cambia. Dopo la crisi finanziaria del 2008, le commodity hanno attraversato lunghi periodi di stagnazione o ribasso. Analizzando i dati dal 2007 al marzo 2026 emerge una fotografia interessante. Un investimento iniziale di 100.000 euro in un indice azionario globale avrebbe generato un rendimento medio annuo di circa il 7,6% nominale, che diventa circa il 5% reale dopo aver considerato l'inflazione. Nello stesso periodo i titoli di Stato americani a breve termine hanno offerto circa il 3% annuo.
Le materie prime, invece, hanno mostrato risultati molto meno brillanti. In termini reali il rendimento medio annuo è risultato negativo, con una perdita stimata intorno al 4%. Ancora più impressionante è il dato relativo al drawdown, cioè la perdita massima registrata durante il periodo analizzato: alcuni indici di commodity hanno subito cali vicini all'89%. Per recuperare una perdita di questa entità sarebbe necessario un guadagno superiore al 900%, un'impresa estremamente difficile soprattutto per asset che non producono reddito periodico.
Questo punto è centrale. A differenza delle azioni, che distribuiscono dividendi, o delle obbligazioni, che pagano cedole, le commodity non generano flussi di cassa. L'unico modo per guadagnare è sperare che il prezzo aumenti nel tempo. In altre parole, si tratta di un investimento basato esclusivamente sull'aspettativa di rivalutazione del prezzo.
Naturalmente qualcuno potrebbe sostenere che le commodity servono soprattutto come protezione contro l'inflazione. In effetti la storia dimostra che durante alcune fasi di inflazione molto elevata, come negli anni Settanta, il prezzo delle materie prime è cresciuto rapidamente. Tuttavia questi periodi sono stati relativamente rari e spesso di durata limitata. Inoltre una piccola esposizione in portafoglio difficilmente riesce a compensare gli effetti di un'inflazione prolungata.
Per ottenere una copertura significativa bisognerebbe aumentare notevolmente il peso delle commodity, come suggeriscono alcuni portafogli teorici famosi come All Weather Portfolio, Ivy Portfolio o 7Twelve Portfolio. Ma una scelta del genere comporta anche una maggiore volatilità e lunghi periodi di rendimento inferiore rispetto ad altre asset class.
Non sorprende quindi che molti professionisti considerino le commodity più adatte al trading che all'investimento di lungo periodo. La loro elevata volatilità offre opportunità interessanti per operazioni speculative di breve durata, ma rende difficile inserirle stabilmente in una strategia orientata alla crescita del capitale nel tempo.
Eppure il fascino delle materie prime continua ad attirare molti investitori. In parte perché rappresentano beni reali e tangibili, in parte perché i grandi movimenti di prezzo possono creare l'illusione di guadagni facili. È lo stesso meccanismo psicologico che ha accompagnato il boom di asset speculativi come Bitcoin, capace di generare entusiasmo e aspettative enormi anche quando le performance a lungo termine risultano meno straordinarie di quanto si racconti.
Alla fine la distinzione fondamentale rimane quella tra speculazione e investimento. Le commodity possono offrire opportunità tattiche e momenti di forte crescita, ma la loro storia recente mostra come possano anche attraversare lunghi periodi di risultati deludenti. Per questo motivo molti investitori preferiscono considerarle strumenti da utilizzare con cautela, piuttosto che pilastri centrali di una strategia finanziaria di lungo periodo.
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Indici in calo ma ETF fermi. Il paradosso che spiazza gli investitori
30 marzo, di Lorenzo Raffo — ETF e Fondi
Nell'incertezza totale delle evoluzioni future di inflazione e delle tendenze economiche ci sarebbe da attendersi che gli ETF short – cioè ribassisti – sui principali indici prendessero il volo. Invece non succede.
Il perché dipende da vari fattori, con uno in prima linea: un reale segnale di acquisto a loro vantaggio non è ancora giunto, con gli indici che inanellano sedute negative con improvvisi rimbalzi, seppur di breve periodo. C'è inoltre da segnalare che l'offerta di ETF short si è spostata negli ultimi tempi a favore di quelli a leva (soprattutto 3), utilizzati dai trader intraday, mentre gli strumenti senza leva – più protettivi per i portafogli – hanno decisamente ridotto il loro peso in termini di scambi.
Vediamo allora cosa sta succedendo ai diversi cloni ribassisti riferiti ai principali indici di Borsa.
Amundi Ftse Mib Daily -1x Inverse (Isin FR0010446146)
Replica il Ftse Mib in chiave ribassista, con un profilo di rischio 7, ovvero il più alto in base al Kiid di riferimento esposto dallo stesso emittente. In realtà ormai è battuto da questo punto di vista dagli ETF a leva, condizionati dal cosiddetto decay. In cosa consiste? Nel fatto che in assenza di un trend direzionale preciso, l'alternanza di rialzi e ribassi giornalieri può erodere il capitale investito in modo incontrastabile. Il profilo di rischio dei leva è quindi molto elevato ma la scala prevista dai Kiid – documenti informativi obbligatori per i prodotti quotati quali gli ETF – si espone altrettanto su un gradino massimo di 7, uniformando di fatto la rischiosità degli uni a quella degli altri, sebbene diversa nella realtà dei movimenti. Dopo un minimo di lungo periodo a 4,65 Eur è partita una fase rialzista non molto rilevante per l'inverse -1, visto che il recente massimo il 23 marzo si è attestato a 5,27 Eur, con un susseguirsi di sedute altalenanti. La media mobile a 200 periodi si è rivelata una barriera potente e solo un suo definitivo sorpasso verso l'area dei 5,3/5,5 Eur rappresenterebbe un vero segnale di inversione toro.
Amundi Eurostoxx50 Daily -1x Inverse (Isin FR0010424135)
Replica in chiave ribassista l'indice azionario delle principali aziende dell'eurozona, con un profilo di rischio 6, leggermente inferiore rispetto a quello del Ftse Mib, poiché - trattandosi di un insieme più diversificato di sottostanti - comporta effettiva minore rischiosità. Il quadro grafico appare simile a quello del precedente ETF Ftse Mib short, con recenti minimi sui 6,91 Eur e un successivo rimbalzo fino a un massimo di 7,84 Eur, in presenza di una decisa rottura al rialzo della media a 200 periodi, collocata a 7,6 Eur, che si conferma livello determinante per i trend futuri.
Xtrackers Short Dax Daily Swap (Isin LU0292106241)
Replica in chiave ribassista il Dax tedesco, con un profilo di rischio – in base al Kiid – che in questo caso scende addirittura a 4, valore intermedio, dimostrando come le valutazioni in merito siano spesso contraddittorie. Eccolo un quadro diverso: una serie di massimi successivi ha decisamente indicato un'inversione rialzista, con un veloce passaggio da recenti minimi sui 9,17 Eur a un massimo di 10,5 Eur. In questo caso poi la media mobile a 200 periodi è stata rotta al rialzo già a inizio marzo, inclinandosi poi positivamente, segnale di cui tenere conto in una fase di oscillazioni che caratterizza invece gli altri ETF shortisti europei.
Xtrackers S&P500 Inverse Daily Swap (Isin LU0322251520)
Replica in chiave ribassista il principale indice di Wall Street, con un profilo di rischio indicato nel Kiid di nuovo a 4. Anche in questo caso il trend si è indirizzato al rialzo, sebbene i massimi oltre i 7 Eur dell'aprile 2025 siano ancora lontani. Venerdì scorso questo replicante ha toccato i 5,65 Eur contro una media mobile a 200 periodi situata a 5,27 Eur.
Cosa osservare negli andamenti
Gli indici si sono inseriti in movimenti all'ingiù, meno pronunciati però rispetto alle singole storie azionarie, che spesso vengono seguite con maggiore attenzione. La contrapposizione fra titoli indebolitisi di molto e titoli – per esempio petroliferi ed energetici, premiati dalle vicende mediorientali – è certamente alla base di trend non eccessivamente rialzisti degli ETF inverse, che riconoscono effettive fasi orso solo in periodi prolungati di ribassi, con prezzi in calo di oltre il 20%, accompagnati da rilevante pessimismo tra gli investitori. Questo non sta succedendo e i replicanti short lo confermano con i loro grafici.
DISCLAIMER
Le informazioni e le considerazioni contenute nel presente articolo non devono essere utilizzate come unico o principale supporto in base al quale assumere decisioni relative agli investimenti. Il lettore mantiene la piena libertà nelle proprie scelte d'investimento e la piena responsabilità nell'effettuazione delle stesse, poiché egli solo conosce la sua propensione al rischio e il suo orizzonte temporale. Le informazioni contenute nell'articolo sono fornite a mero scopo informativo e la loro divulgazione non costituisce e non è da considerarsi un'offerta o sollecitazione al pubblico risparmio. -
Come investire €80.000 con un rendimento del 5% annuo?
30 marzo, di Stefano Vozza — Finanza personale
È tempo di tornare a fare valutazioni di lungo corso e a più ampio raggio. Spesso ci si affida al solo reddito fisso quasi “a prescindere” e/o quale panacea di tutte le esigenze di investimento. Purtroppo i gestori patrimoniali e i libri di finanza la pensano molto diversamente, specie se l'obiettivo è ambizioso e guarda al lungo termine. Vediamo allora al riguardo come investire 80.000 € per un rendimento del 5% annuo e far crescere il capitale.
Pochi prodotti per avere poche spese
La strada più corretta e professionale per impostare bene un patrimonio è quella di rivolgersi agli specialisti della consulenza. Il riferimento è ai professionisti con parcella, dato che i costi da conflitto di interessi per chi opera su mandato sono più esosi della parcella stessa.
Chiarito ciò, vediamo una semplice e impersonale composizione di portafoglio tratta dai manuali di finanza. L'obiettivo non è quello di fare consulenza dato che non ci appartiene e non ci compete, ma offrire uno tra i tanti spunti di riflessione. Vedremo un modello a tre prodotti che contempla liquidità, protezione (reddito fisso) e attacco (capitale di rischio) per cercare di “vincere” la sfida.
Un simile impianto presenta diversi vantaggi. In primis valorizza la diversificazione tra asset class differenti e quindi ne riduce il rischio complessivo. L'asset “d'attacco” è più variabile e offre più patemi d'animo, ma è quello che fa crescere il capitale nel lungo termine. I bond potrebbero apparire più “noiosi”, ma intanto danno stabilità e garantiscono entrate sicure e prevedibili. La “simil-liquidità”, infine, garantisce un pozzetto da cui attingere all'occorrenza e che nel frattempo si auto ripaga almeno del mix tasse e spese.
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Una prima fonte di entrata: i minori costi dei prodotti di investimento
Un altro vantaggio è la personalizzazione della composizione di portafoglio in base alle esigenze e al contesto di mercato. Monitoraggio e ribilanciamento devono avere però tempistiche differenti, più frequente il primo e più sporadico l'altro, al fine di:
- mantenere costante il profilo di rischio;
- proteggere i profitti maturati nei mercati più performanti, ma sempre intervendo il meno possibile;
- tagliare al massimo le spese tipo le commissioni dei prodotti.
Più in generale, un grosso vantaggio nell'utilizzo di ETF è di tenere bassi i costi di gestione, un fattore letteralmente cruciale in vista del rendimento finale. Spesso si punta soltanto alle potenziali entrate che, a ben guardare, in genere dipendono solo dal trend dei mercati. Invece i mancati costi sono un guadagno certo e sicuro su cui si può personalmente incidere. Avere prodotti con commissioni annue entro lo 0,3%, per esempio, consentono di preservare una quota maggiore dei profitti. Di contro va detto che l'ETF presuppone adeguata preparazione e consapevolezza di quel che si va facendo.
Altrettanto importante è l'aspetto fiscale, con ritenute al 12,50% o al 26% a seconda dei vari redditi finanziari prodotti. Una pianificazione fiscale efficiente e/o la scelta di certi strumenti può ottimizzare tanto il risultato finale. Un esempio? Pensiamo all'ETF monetario (sulla componente liquidità di portafoglio) con sottostanti titoli sovrani di breve termine e quindi tassato al 12,50% e non al 26%.
Far crescere il capitale: l'ETF azionario globale
La prima componente del portafoglio, che abbiamo definito “d'attacco”, può essere rappresentata da un ETF azionario globale. Qui sorge una prima scelta da effettuare: il fondo deve essere a distribuzione (DIST) o ad accumulazione (ACC)? Il fondo ACC non stacca dividendi in corso d'opera, mentre sfrutta l'interesse composto per massimizzare l'accumulo di capitale sul lungo termine. In più è fiscalmente efficiente dato che la ritenuta scatta solo all'atto della vendita. L'ETF a DIST, invece, dovrebbe essere ad alto dividendo per integrare il reddito, ma paga lo scotto della tassazione immediata e della minore crescita del capitale nel tempo.
In tutti i casi, invece, la massa gestita dal fondo dovrebbe essere ingente e garantire liquidità e facilità di smobilizzo delle quote. Inoltre questi fondi danno certezze in termini di diversificazione e che non fanno peggio del sottostante che replicano, peraltro a costi di gestione contenuti.
Un ipotetico stock di 40mila € (il 50% del capitale) in un ETF ad alto dividendo dovrebbe garantire uno yield nel range 5-7% annuo lordo tra cedole e crescita della quota. Ovviamente si tratta di un target di lungo termine, data l'elevata volatilità dell'investimento azionario nel breve. Invece il rendimento atteso sulle lunghe distanze da un ETF ad ACC dovrebbe essere tra il 7% e il 9% annuo lordo, almeno a stare alle performance del passato.
Proteggere il capitale con le obbligazioni
A seguire ecco l'anima obbligazionaria per ricercare quel mix di stabilità e certezza del flusso cedolare. Qui potrebbero affluire altri 30mila € di capitale su prodotti investment grade e scadenze medie o medio-lunghe, tra i 5 e i 10 anni. Per chi ricerca elevata diversificazione e contenimento delle spese la via maestra è il fondo.
A seconda del prodotto prescelto si può puntare a un rendimento annuo lordo oggi compreso tra il 3% e il 4% circa. Ipotizzando un rendimento medio del 3,5%, per esempio, si tratterebbe di un 900 € annui di cedole su ipotetici 30mila.
Per la liquidità, infine, l'ideale sarebbe un prodotto redditizio mqa dai costi nulli o contenuti e di facile smobilizzo. Pensiamo a un ETF monetario (dalle masse gestite importanti) o un conto deposito libero, per esempio, che condensano molti o tutti di questi aspetti. A spanne la scelta potrebbe rendere sul 2% lordo annuo e garantire un porto sicuro in caso di urgenti necessità di cash.
Come investire 80.000 € per un rendimento del 5% annuo e far crescere il capitale?
È bene ribadire che i patrimoni non si gestiscono con i modelli generici e anonimi tratti dai manuali di finanza. Ogni singolo portafoglio è una storia a sé che richiede studio e soluzioni su misura, personali, adatte alle esigenze, e quindi no prodotti copia e incolla.
Più in generale, simili modelli hanno il pregio di conferire equilibrio, rendimento e crescita del capitale nel medio-lungo termine. L'obiettivo del 5% annuo sul capitale investito dovrebbe essere relativamente a portata di mano, poi dipende da un caso all'altro. Tutto si gioca sulla strategia, la disciplina, la cura dei dettagli e dei mancati costi, il contenimento del rischio.
Quest'ultimo lo si abbatte tanto adottando prospettive di lungo termine e tenendo testa alle fasi di panico dei mercati, che non mancano mai. Infine, nella misura in cui si reinvestono cedole e/o dividendi e si lascia lavorare la capitalizzazione composta, maggiori saranno le gioie nel lungo periodo.
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Il portafoglio perfetto esiste? Dentro l’All Weather di Ray Dalio tra mito e realtà
28 marzo, di Pietro Pisello — Guide Risparmio e investimenti
Ma il portafoglio perfetto, capace di generare rendimenti positivi in ogni fase del mercato, esiste davvero? È una domanda che molti investitori si pongono, soprattutto in un contesto economico sempre più incerto e volatile. Oggi proviamo a fare chiarezza, smontando uno dei miti più diffusi nella finanza: quello della strategia “perfetta”, valida in ogni stagione.
In particolare, parliamo del portafoglio All-Weather di Ray Dalio, spesso considerato ancora oggi una sorta di soluzione “immortale” per investire con equilibrio e resilienza. Si tratta di un modello costruito per affrontare diversi scenari economici: crescita, recessione, inflazione e deflazione, con l'obiettivo di mantenere stabilità nel tempo.
Di questo famoso portafoglio, della logica alla base e della sua composizione, ne avevamo già parlato in due precedenti articoli, a cui rimandiamo per completezza di informazione:
- “Le quattro stagioni dell'economia di Ray Dalio: come costruire un portafoglio di successo”
- “Investire con l'All Weather Portfolio: guida alla composizione del modello di Ray Dalio”
Tuttavia, è importante partire da una verità fondamentale: il portafoglio perfetto non può esistere per definizione. Ogni strategia, anche la più solida e ben costruita, è inevitabilmente esposta a limiti e momenti di difficoltà. E proprio nel 2022, l'All-Weather ha mostrato una vulnerabilità significativa, evidenziando una falla che, per molti investitori, avrebbe potuto tradursi in perdite rilevanti.
Portafoglio All-Weather di Ray Dalio: come funziona davvero e perché ha avuto tanto successo
Secondo Dalio, l'economia si muove ciclicamente attraversando diverse “stagioni”, ciascuna caratterizzata da specifiche condizioni macroeconomiche. In particolare, possiamo individuare quattro scenari principali: crescita economica, rallentamento della crescita, inflazione e diminuzione dell'inflazione. Ognuna di queste fasi favorisce determinati asset rispetto ad altri. Ad esempio, in un contesto di crescita economica con bassa inflazione, l'azionario tende a essere il protagonista; al contrario, in presenza di alta inflazione, diventano più interessanti strumenti come le materie prime e le obbligazioni indicizzate all'inflazione.
Il problema, però, è che prevedere in anticipo quale “stagione” economica stiamo per affrontare è estremamente difficile, se non impossibile. E tentare di modificare continuamente il portafoglio per anticipare questi cambiamenti rischia di essere inefficiente e controproducente. Proprio per superare questo limite nasce l'idea dell'All-Weather: un portafoglio costruito per resistere, almeno in teoria, a qualsiasi fase del ciclo economico senza bisogno di continui aggiustamenti.
La sua composizione è diventata ormai iconica: circa il 30% in azioni, ben il 55% in obbligazioni (suddivise tra medio e lungo termine) e il restante 15% distribuito tra oro e materie prime. Questa struttura punta a bilanciare la volatilità e a offrire una protezione trasversale, sfruttando il fatto che, storicamente, queste asset class tendono a reagire in modo diverso ai vari scenari economici.
Per molti anni, questo approccio ha funzionato egregiamente. Tuttavia, la crisi inflazionistica del 2022 ha rappresentato un punto di svolta importante: per la prima volta dopo decenni, azioni e obbligazioni sono scese contemporaneamente, mettendo in discussione uno dei pilastri fondamentali del modello. In quel momento, il “dogma” della diversificazione perfetta ha mostrato una crepa significativa.I numeri recenti dell'All Weather di Ray Dalio: cosa è successo davvero negli ultimi anni
Se guardiamo ai risultati concreti degli ultimi anni, il portafoglio All Weather di Ray Dalio racconta una storia molto diversa rispetto alla sua fama di strategia “sempre efficace”. In particolare, il 2022 ha rappresentato un vero banco di prova, mettendo in evidenza limiti che per anni erano rimasti nascosti.
A causa della forte crisi inflazionistica, l'All Weather ha chiuso quell'anno con una perdita significativa del -14,2%. Un dato che ha sorpreso molti investitori, soprattutto se confrontato con l'andamento dell'MSCI World, un indice composto interamente da azioni globali, che nello stesso periodo ha fatto leggermente meglio, fermandosi intorno al -13%. Questo ha incrinato una delle principali promesse del portafoglio: offrire maggiore protezione nei momenti di difficoltà.
Ma il punto ancora più critico è emerso nella fase successiva, quella del recupero. Nel 2023, mentre i mercati azionari globali rimbalzavano con forza, l'All Weather è rimasto indietro, segnando un +4,8% contro il +19,5% dell'azionario globale. Una differenza importante, dovuta in gran parte al peso elevato delle obbligazioni in portafoglio, che in quel contesto hanno frenato la performance complessiva.La stessa dinamica si è ripetuta anche nel 2024: da un lato l'MSCI World ha registrato una crescita molto sostenuta, pari al +26,2%, mentre l'All Weather si è fermato a un più modesto +11,4%. Ancora una volta, la componente obbligazionaria ha agito come una zavorra, limitando la partecipazione alla fase espansiva dei mercati.
Alla luce di questi dati, emerge una riflessione inevitabile: almeno nel contesto recente, l'All Weather ha offerto meno protezione durante il crollo e, allo stesso tempo, molta meno capacità di recupero nelle fasi di rialzo. Questo porta a una domanda cruciale per ogni investitore: ha ancora senso sacrificare una parte così rilevante di rendimento in nome di una sicurezza che, proprio nel momento più critico, non si è dimostrata così efficace? -
Altro che BTP. Questi 3 ETF obbligazionari hanno reso più negli ultimi 3 anni
25 marzo, di Tommaso Scarpellini — ETF e Fondi
C'è un dato che pochi investitori stanno osservando davvero. Alcuni ETF obbligazionari hanno battuto i BTP negli ultimi 3 anni. Un BTP a 3 anni ha generato un rendimento complessivo del +15,92%, un risultato tutt'altro che banale. Ma ci sono strumenti che, pur rimanendo nel mondo obbligazionario, hanno fatto meglio. Il punto è capire perché questi strumenti hanno sovraperformato e se potrebbero continuare a farlo nei prossimi 3 anni.
1) iShares Broad € High Yield Corporate Bond ETF
Partiamo da uno dei casi più evidenti: l'ETF iShares Broad € High Yield Corporate Bond. Questo strumento replica un indice di obbligazioni corporate high yield denominate in euro, con un'esposizione molto ampia e diversificata.
Dal punto di vista della composizione, circa il 95% del portafoglio è concentrato su titoli con rating tra BB e B , quindi obbligazioni che offrono un premio per il rischio significativamente più elevato rispetto ai titoli governativi.
Il risultato è coerente con questa esposizione: performance a 3 anni pari a +25,06%. Quindi oltre 9 punti percentuali in più rispetto al BTP.Dal punto di vista dei costi, si tratta di uno strumento estremamente efficiente, con spese correnti pari allo 0,25%
Qui emerge il primo elemento chiave: il rendimento non deriva dal tasso privo di rischio, ma dal premio per il rischio di credito. In altre parole, l'investitore non sta comprando “sicurezza”, ma sta comprando rischio ben remunerato.2) iShares € High Yield Corporate Bond ESG ETF
Il secondo ETF introduce una variante interessante: il filtro ESG. Si tratta sempre di un'esposizione al credito high yield europeo, ma con selezione basata su criteri di sostenibilità. Anche qui la logica non cambia: si tratta di obbligazioni corporate con rating medio-basso, quindi con un premio al rischio elevato.
Performance a 3 anni: +22,98% Ancora una volta superiore al BTP. Costi leggermente più elevati, con spese correnti pari allo 0,50% Ma ciò che è interessante è che, nonostante il filtro ESG, il rendimento resta competitivo. Questo significa che il mercato del credito high yield ha offerto un carry tale da assorbire anche i costi aggiuntivi e le restrizioni di selezione.
Dal punto di vista tecnico, questo ETF mostra un buon equilibrio tra rendimento e rischio, con volatilità contenuta intorno al 2,6%. Il messaggio è chiaro: il fattore determinante non è l'etichetta ESG, ma l'esposizione al credito.
3) Invesco Global High Yield Corporate Bond ETF
Il terzo caso è forse il più interessante, perché introduce una dimensione ancora più ampia: la diversificazione globale. Questo ETF investe in obbligazioni high yield a livello internazionale, ampliando lo spettro di rischio e rendimento. Performance a 3 anni: +26,12% Il dato più alto tra i tre. Costi contenuti, con spese correnti pari allo 0,30%
Ma qui emerge un elemento spesso sottovalutato: la volatilità è significativamente più elevata, pari al 6,22% Questo ETF non è semplicemente un'alternativa ai BTP. È un'esposizione a un segmento di mercato completamente diverso, con dinamiche più simili all'equity che all'obbligazionario tradizionale. Ed è proprio questo il punto centrale.
Perché questi ETF hanno battuto i BTP?
La risposta non è banale e non è nemmeno rassicurante. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una compressione degli spread creditizi, ovvero la riduzione del differenziale di rendimento tra obbligazioni rischiose e titoli di Stato.
Questo fenomeno ha due implicazioni fondamentali: Primo: chi ha comprato high yield ha beneficiato non solo della cedola, ma anche di un capital gain derivante dalla rivalutazione dei prezzi delle obbligazioni. Secondo: il mercato ha progressivamente ridotto la percezione del rischio di default, spingendo gli investitori verso segmenti sempre più rischiosi pur di ottenere rendimento.
In parallelo, la curva dei rendimenti si è appiattita. Questo significa che la differenza tra detenere un BTP a breve o a lunga scadenza si è ridotta, rendendo meno efficiente il premio per la duration. E quando la duration smette di pagare, il capitale si sposta verso il credito. Quindi, il confronto reale non è più tra obbligazioni e azioni, ma tra rischio di tasso e rischio di credito.
Il vero significato di questi numeri
Dire che questi ETF hanno reso più del BTP è corretto ma è una semplificazione che rischia di essere fuorviante. Perché ciò che è accaduto non è un miracolo di rendimento, ma una trasformazione del rischio. Gli investitori hanno accettato una maggiore esposizione al rischio di default, alla liquidità e alla ciclicità economica in cambio di rendimenti superiori.
E finché il contesto macro resta stabile, questo trade funziona ma nel momento in cui il ciclo economico cambia, la dinamica può invertirsi rapidamente.
Quindi…
I numeri raccontano una storia chiara, ma non necessariamente rassicurante. Rendere più di un BTP non significa aver trovato una scorciatoia, ma aver imboccato una strada diversa, dove il rischio cambia forma e spesso diventa meno visibile. Capire questa differenza è ciò che separa un rendimento sostenibile da uno semplicemente temporaneo.