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Conviene investire nel rame nel 2026?
3 luglio, di Redazione Money Premium — Materie Prime
Nel 2026 i prezzi del rame, dopo la correzione estiva 2025, sono risaliti con forza, toccando nuovi massimi storici (oltre 13.000-13.500 USD/tonnellata, equivalenti a circa 5,90-6,14 dollari per libbra tra gennaio e maggio 2026, con quotazioni intorno ai 6,0-6,1 dollari/lb a inizio luglio 2026). Il rialzo è stato sostenuto da preoccupazioni sull'offerta (disruptions minerarie, flussi distorti verso gli USA per timori tariffari), accumuli di scorte statunitensi e dai fondamentali strutturali di lungo periodo.
Nel breve termine, le incertezze sulla forza della domanda (rallentamento crescita economica globale, tensioni commerciali e dazi USA), l'accresciuta instabilità geopolitica e i flussi distorti dalle politiche tariffarie stanno agendo da fattori di volatilità per il rame.
Nel lungo termine, tuttavia, il metallo rosso potrebbe dirigersi verso una significativa disparità tra offerta (limitata) e domanda industriale (in aumento), proprio perché la produzione potrebbe diminuire in futuro a causa dell'esaurimento delle vene minerarie a livello globale, mentre la domanda – guidata dai suoi numerosi utilizzi in ogni settore, dalle infrastrutture per i trasporti, alle infrastrutture per l'energia verde all'intelligenza artificiale – continuerà sicuramente a crescere. Il prezzo del rame nel lungo termine è quindi destinato inesorabilmente a salire.
I fattori chiave che supporteranno la domanda di rame nei prossimi anni
La domanda globale di rame raffinato ha raggiunto quasi 27 milioni di tonnellate (Mt) nel 2024, un aumento del 3,2% circa rispetto al 2023. Nel 2025 la crescita è stata intorno al 3%, portando la domanda verso i 28 Mt o più. Nel 2026 la crescita rallenta leggermente (intorno al +2,1% secondo ICSG), ma rimane positiva.
La Cina rimane di gran lunga il maggiore consumatore mondiale di rame, rappresentando circa il 58% del consumo globale di rame raffinato (dato aggiornato 2025-2026). Gli Stati Uniti seguono distanziati. Per gran parte del 2025 la crescita della domanda cinese è stata robusta (soprattutto grazie a investimenti nella rete elettrica e decarbonizzazione), con un rallentamento più marcato atteso nel 2026.La domanda di rame a livello globale è spinta dalla sua moltitudine di usi industriali. Gli alti livelli di conduttività, uniti alla durabilità e alla relativa convenienza rispetto ad altri metalli conduttori, ne determinano un utilizzo estensivo nelle infrastrutture della rete elettrica. Il rame è componente chiave nei veicoli elettrici, nei pannelli solari, nelle turbine eoliche e idroelettriche.
Altri motori includono le connessioni con cavi all'interno dei data center e le reti di telecomunicazioni 5G. Il rame è anche un componente essenziale nell'hardware dietro le applicazioni di intelligenza artificiale (AI): i server AI hanno requisiti di alimentazione molto più elevati, aumentando il consumo di rame per il trasporto della corrente. L'IEA stima che i data center e l'AI potrebbero rappresentare tra il 2% e il 5% della domanda globale di rame entro il 2030 (potenzialmente di più a seconda del ritmo di adozione dell'AI).
Per il breve termine, mentre la domanda cinese di rame rimane relativamente robusta (sostenuta da investimenti energetici e transizione), la domanda da altri mercati potrebbe essere più debole a causa delle incerte prospettive di crescita economica, tensioni commerciali (guerra sui dazi) e rischi geopolitici. Il consumo di rame è spesso visto come un indicatore indiretto dello stato dell'economia globale.
Ma non c'è solo la Cina. Anche altri Paesi in Asia stanno mostrando un crescente interesse per il rame. L'India rappresenta circa il 3% della domanda globale, ma si prevede una forte crescita (verso il 10% entro il 2050) grazie allo sviluppo di infrastrutture energetiche, reti ferroviarie e green energy. Il Vietnam dovrebbe passare dall'1% nel 2024 a circa il 6% entro il 2050, trainato da industrializzazione, infrastrutture e urbanizzazione. I costi di produzione più bassi in questi mercati emergenti potrebbero far aumentare la loro quota anche nella produzione di semilavorati di rame.
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Occhio alle dinamiche sulla produzione di rame
Se la domanda globale di rame è destinata a crescere, l'offerta globale di rame estratto dalle miniere fatica a tenere il passo. La produzione mineraria globale ha raggiunto circa 22,97 Mt nel 2024. Nel 2025 è cresciuta solo dell'1,4% circa (a 23,2 Mt), con un'accelerazione moderata prevista nel 2026 (+2,2-2,3% circa secondo varie fonti). Il Cile rimane il maggiore fornitore, seguito da Repubblica Democratica del Congo e Perù.
L'IEA prevede che l'offerta globale di rame estratto raggiungerà il picco verso la fine di questo decennio (intorno ai 24 Mt annui nel 2030) e poi inizierà a diminuire a causa dell'esaurimento delle miniere, del calo della concentrazione di rame nei minerali (grado medio diminuito del 40% dal 1991 al 2021) e del forte rallentamento delle scoperte di nuovi giacimenti. Su 239 nuovi giacimenti scoperti tra il 1990 e il 2023, solo 14 sono stati individuati negli ultimi 10 anni (media di 1,4 all'anno contro 10 all'anno nel periodo precedente).
Ci vogliono in media 17 anni dalla scoperta alla produzione industriale. Per questi motivi, l'IEA prevede un deficit strutturale significativo entro la fine del decennio, con un divario tra domanda e offerta che potrebbe raggiungere il 30% entro il 2035. Per il 2025-2026, l'ICSG prevede un leggero surplus nel 2025 ( 178 kt) e un deficit nel 2026 ( 150 kt).
Attenzione ad un ultimo fattore di criticità dal lato dell'offerta
Il ruolo dominante della Cina nella catena di approvvigionamento del rame lavorato. La Cina ha processato circa il 45% (o più) di tutto il rame raffinato/lavorato a livello mondiale nel 2024, dopo aver aumentato la sua capacità di raffinazione dell'80% tra il 2020 e il 2024. Supera di gran lunga il secondo (DRC 8%) e il terzo (Cile 6%). Si prevede che la quota cinese salirà verso il 50% entro il 2040.
Giappone e Corea insieme rappresentano solo circa l'8%. Indonesia, Europa e India stanno aumentando capacità, ma le economie di scala e l'esperienza della Cina rendono difficile competere. Questo concentra rischi di interruzioni e potere di pricing sulla Cina.
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Cosa dicono gli analisti?
A giugno 2026 il rame si muoveva intorno ai 13.000-13.700 dollari per tonnellata, dopo aver toccato picchi recenti vicini o superiori ai 14.000 dollari. La maggior parte degli analisti delle grandi banche mantiene un outlook costruttivo per i prossimi 12-18 mesi, con target elevati rispetto alla media storica. Il consensus punta su prezzi strutturalmente alti grazie a un deficit di offerta persistente e a una domanda robusta da AI, data center, transizione energetica e infrastrutture elettriche.
Citigroup si conferma tra i più bullish con un target a breve termine di 14.500 dollari per tonnellata e un obiettivo a 6-12 mesi di 15.000 dollari, motivato dalla stretta dell'offerta tra miniere e rottame, dalla domanda resiliente e dalle incertezze sui dazi USA. Goldman Sachs ha aggiornato al rialzo le sue stime a inizio giugno, fissando il target di fine 2026 a 13.735 dollari per tonnellata e la media 2027 a 13.800 dollari, citando tagli alla produzione mineraria, il drenaggio di scorte extra-USA per gli acquisti americani e la domanda strutturale da AI e reti elettriche. Bank of America prevede una media 2026 intorno agli 11.313 dollari per tonnellata con un picco possibile fino a 15.000 dollari, sempre per interruzioni operative nelle grandi miniere e domanda sostenuta da rinnovabili e AI.
J.P. Morgan indica un picco nel secondo trimestre 2026 a 13.500 dollari per tonnellata e una media annua intorno ai 12.075 dollari, con un deficit globale stimato intorno alle 330.000 tonnellate. HSBC ha alzato le previsioni a una media 2026 di circa 13.500 dollari per tonnellata. UBS punta a 14.000 dollari per settembre 2026 e 15.500 dollari per giugno 2027, con una media 2026 intorno ai 13.200 dollari. Hedge fund come Andurand Capital e Tribeca puntano su livelli vicini o superiori ai 15.000 dollari nel breve-medio termine. La World Bank resta più cauta, intorno ai 9.800 dollari per il 2026.
Gli ETF per prendere esposizione sul rame nel 2026
Mentre il rame si dirige verso una significativa disparità tra (poca) offerta e (molta) domanda nel lungo termine, esso rimane vulnerabile a shock tra domanda e offerta e, di conseguenza, alla volatilità dei prezzi nel breve termine. Nei prossimi mesi/trimestri si potrebbe verificare un deterioramento delle condizioni economiche globali o ulteriori tensioni tariffarie che frenano la domanda, ma la concentrazione geografica dell'estrazione (Cile/DRC) e della raffinazione (Cina) espone il metallo al rischio di interruzioni della catena di approvvigionamento, che potrebbero indurre violenti rialzi dei prezzi.
Pertanto, dopo queste considerazioni, non possiamo non includere nel nostro portafoglio di materie prime, in un'ottica di lungo periodo, degli ETC sul rame per diversificare ulteriormente il portafoglio investimenti.
Sul mercato europeo i prodotti più liquidi e utilizzati per ottenere un'esposizione diretta al prezzo del rame sono quelli emessi da WisdomTree. Ecco i due principali, che si differenziano tra loro in base alla copertura o meno del rischio di cambio (il prezzo del rame al Comex è espresso in dollari USA):
WisdomTree Copper
- ISIN: GB00B15KXQ89
- Ticker: COPA
Il WisdomTree Copper replica l'indice Bloomberg Copper. L'indice Bloomberg Copper replica il prezzo dei contratti future sul rame. Non offre la copertura del rischio di cambio sul dollaro USA. L'indice di spesa complessiva (TER) dell'ETC è pari allo 0,49% annuo. Il WisdomTree Copper è l'ETC più grande e liquido sul rame in Europa, con un patrimonio gestito di oltre 1,78 miliardi di euro.
WisdomTree Copper – EUR Daily Hedged
- ISIN: JE00B4PDKD43
- Ticker: ECOP
Il WisdomTree Copper – EUR Daily Hedged replica l'indice Bloomberg Copper (EUR Hedged). L'indice Bloomberg Copper (EUR Hedged) replica il prezzo dei contratti future sul rame con copertura valutaria in Euro. L'indice di spesa complessiva (TER) dell'ETC è pari allo 0,49% annuo. È un ETC di dimensioni più contenute rispetto alla versione non hedged, con un patrimonio gestito di circa 126 milioni di euro.
Oltre ai due prodotti WisdomTree, sul mercato europeo è disponibile anche un'alternativa emessa da BNP Paribas, che offre un'esposizione analoga al prezzo dei future sul rame:
BNPP Kupfer (TR) ETC
- ISIN: DE000PB8C0P8
- Ticker: B4NQ
Il BNPP Kupfer (TR) ETC replica l'indice LME Copper Futures Total Return. Non offre la copertura del rischio di cambio sul dollaro USA. L'indice di spesa complessiva (TER) dell'ETC è pari allo 0,90% annuo. L'ETC effettua la replica sintetica della performance dell'indice sottostante con uno swap. Si tratta di un prodotto di dimensioni più contenute, con un patrimonio gestito di circa 16-19 milioni di euro.
WisdomTree rimane comunque la soluzione più conveniente e liquida per la maggior parte degli investitori retail, grazie al TER più basso e all'elevato volume di scambi. Il prodotto di BNP Paribas può rappresentare un'alternativa valida per chi cerca un'esposizione simile su altre piattaforme o mercati.
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Le informazioni e le considerazioni contenute nel presente articolo non devono essere utilizzate come unico o principale supporto in base al quale assumere decisioni relative agli investimenti. Il lettore mantiene la piena libertà nelle proprie scelte d'investimento e la piena responsabilità nell'effettuazione delle stesse, poiché egli solo conosce la sua propensione al rischio e il suo orizzonte temporale. Le informazioni contenute nell'articolo sono fornite a mero scopo informativo e la loro divulgazione non costituisce e non è da considerarsi un'offerta o sollecitazione al pubblico risparmio. -
L’espansione del debito a leva sta sostenendo il rally azionario, ma ne aumenta la vulnerabilità
1 luglio, di Redazione Money Premium — Analisi dei Mercati
Negli ultimi mesi il mercato azionario americano ha continuato a salire spinto da un'ondata di indebitamento senza precedenti. Secondo i dati più recenti della FINRA, il debito a margine – ovvero l'ammontare di denaro che gli investitori prendono in prestito dalle società di intermediazione per acquistare titoli – ha raggiunto a maggio un record assoluto di 1,4 trilioni di dollari, segnando un balzo del 54% rispetto allo stesso mese dell'anno precedente.
Parallelamente, gli asset gestiti dagli ETF a leva, quei fondi che promettono di replicare il doppio o il triplo del movimento giornaliero di un indice o di un singolo titolo, sono quasi raddoppiati in pochi mesi, toccando i 220 miliardi di dollari tra fine marzo e inizio giugno.
Questo fenomeno rappresenta una delle forze più potenti (e potenzialmente più pericolose) dietro il rialzo in corso, in particolare nel settore tecnologico e dei semiconduttori. Non si tratta più di un semplice entusiasmo degli investitori: si tratta di un vero e proprio boom di prestiti da trilioni di dollari che sta amplificando i guadagni ma che, al tempo stesso, rende il mercato molto più fragile di quanto appaia a prima vista.Il meccanismo è relativamente semplice da comprendere ma devastante nelle sue conseguenze.
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Gli effetti sul mercato del debito a margine
Quando un investitore utilizza il debito a margine, prende soldi in prestito dal intermediario (tipicamente Charles Schwab, Robinhood o altre piattaforme) e li impiega per acquistare azioni. Questo moltiplica la capacità di acquisto: con 100.000 dollari di capitale proprio si possono controllare posizioni per 200.000 o 300.000 dollari. Lo stesso principio vale per gli ETF a leva. Un fondo triplo come il fondo triplo rialzista sui semiconduttori di Direxion non si limita a seguire l'andamento dei chip: ne moltiplica per tre i movimenti giornalieri. Per farlo, i gestori acquistano derivati e, soprattutto, i market maker che coprono queste posizioni devono comprare (o vendere) le azioni sottostanti in grandi quantità per mantenere la copertura.
Il risultato è un effetto a cascata: l'aumento della domanda artificiale spinge ulteriormente in alto i prezzi di titoli come Nvidia, Micron Technology, Tesla e SpaceX. Nel periodo tra fine marzo e fine giugno, proprio mentre gli asset degli ETF a leva crescevano a ritmi vertiginosi, questi fondi hanno acquistato derivati per circa 300 miliardi di dollari legati a singoli titoli e indici. Questo flusso ha contribuito in modo significativo ai rialzi esplosivi registrati in alcuni segmenti del mercato. Il fondo triplo rialzista sui semiconduttori di Direxion, ad esempio, è salito di circa il 700% in tre mesi, mentre Micron Technology ha guadagnato oltre il 300% nello stesso arco di tempo.
Un mercato che amplifica i guadagni ma anche le perdite
Tuttavia, la stessa leva che amplifica i guadagni moltiplica anche le perdite. Un calo del 10% nel titolo sottostante si trasforma in una perdita del 30% (o più) per chi detiene un fondo triplo. Quando questo accade su larga scala, gli ETF a leva perdono masse ingenti di capitale e sono costretti a ridurre drasticamente l'esposizione, vendendo azioni sul mercato proprio nel momento in cui i prezzi stanno già scendendo. Si crea così un circolo vizioso: la vendita forzata deprime ulteriormente i corsi, genera nuove perdite per gli ETF, che vendono ancora di più.
Questa dinamica prociclica è stata osservata in modo drammatico anche in Corea del Sud, dove i prodotti a leva su singoli titoli (in particolare semiconduttori come Samsung e SK Hynix) hanno visto fino al 92% dei detentori rappresentati da investitori retail. Il governatore della Financial Supervisory Service coreana, Lee Chan-jin, ha espresso pubblicamente la sua preoccupazione: nonostante gli avvertimenti ai consumatori, il trading non si è raffreddato e il rischio di forti oscillazioni resta elevato. A Wall Street la situazione non è diversa. Da hedge fund sofisticati fino ai giovani che operano su Robinhood, tutti stanno affollando questi strumenti ad alto rischio.Le voci più autorevoli del settore hanno già lanciato segnali di allarme.
Mark Hackett, responsabile della strategia di mercato del gruppo di gestione degli investimenti di Nationwide, ha dichiarato di temere che si stia costruendo “una leva non intenzionale che non è pienamente compresa”. Ha sottolineato come molti investitori stiano utilizzando il debito a margine per acquistare opzioni su ETF a leva, creando di fatto tre o quattro strati di leva sovrapposti. Alexander Altmann, responsabile globale delle strategie tattiche azionarie di Barclays, ha definito la situazione piuttosto preoccupante nel caso in cui questi posizionamenti dovessero essere srotolati in tempi brevi, definendola “il più grande driver non discrezionale di rischio al momento”. Dave Nadig, veterano del settore e direttore della ricerca di ETF.com, ha espresso timori simili: più denaro affluisce in questi prodotti complessi, più forte diventa l'effetto prociclico, con compratori e venditori che agiscono in modo automatico e indifferente al prezzo.
Il precedente storico
Il paragone storico più ricorrente è con la bolla dot-com di fine anni Novanta. Allora come oggi, i guadagni più spettacolari si concentravano in un settore tecnologico trainato da aspettative di crescita esponenziale (all'epoca internet, oggi intelligenza artificiale). Allora come oggi, l'indebitamento degli investitori cresceva a un ritmo molto superiore a quello dei fondamentali. La differenza principale è che oggi gli strumenti di leva sono molto più accessibili, liquidi e diffusi anche tra il pubblico retail.Le società di intermediazione hanno iniziato a reagire.
Charles Schwab ha già stretto le condizioni per l'utilizzo del margine, alzando i requisiti di garanzia su alcune posizioni. I regolatori, sia americani che coreani, osservano con crescente attenzione il fenomeno. Tuttavia, la natura stessa di questi prodotti rende difficile un intervento tempestivo: la leva si costruisce in modo frammentato, attraverso migliaia di conti individuali e attraverso la copertura automatica dei derivati.
Un aspetto particolarmente insidioso è la concentrazione del rischio. Gran parte della leva aggiuntiva si è concentrata sui semiconduttori e sulle società legate all'intelligenza artificiale. Quando un titolo come Nvidia o Micron subisce una correzione anche moderata, l'effetto moltiplicato sugli ETF a leva può generare vendite forzate su scala industriale, che a loro volta amplificano il movimento ribassista su tutto il settore e, potenzialmente, sull'intero mercato.
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Elly Schlein sbaglia. Come funziona davvero la tassazione sulle rendite finanziarie (e sul lavoro)?
1 luglio, di Pietro Pisello — Tassazione Rendite Finanziarie
Qualche giorno fa, la segretaria del PD, Elly Schlein, ha proposto di aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie. Secondo Schlein, infatti, non è accettabile che le rendite finanziarie siano tassate al 26%, mentre il reddito da lavoro subisce un'imposizione superiore al 40%.
Parole che, a quanto pare, hanno trovato un certo consenso all'interno del centrosinistra, il cosiddetto «campo largo».
Questa affermazione apre però diverse riflessioni. La prima riguarda la natura dei due redditi: il reddito da lavoro e quello derivante dall'impiego di capitale di rischio sono categorie profondamente diverse e difficilmente possono essere messe sullo stesso piano.Ma c'è anche un aspetto più concreto e verificabile: è davvero corretto affermare che in Italia il lavoro sia tassato oltre il 40% e, allo stesso tempo, che le rendite finanziarie siano tassate al 26%? In questo articolo ci concentreremo proprio su quest'ultimo punto, perché, a ben vedere, i numeri citati da Schlein non raccontano l'intera storia.
Come funziona la tassazione del lavoro in Italia: gli scaglioni e le aliquote IRPEF
Per quanto riguarda la tassazione del lavoro, il riferimento è l'IRPEF, l'imposta sul reddito delle persone fisiche, che è strutturata secondo un sistema di scaglioni progressivi. In altre parole, all'aumentare del reddito aumenta anche l'aliquota applicata alle fasce di reddito più elevate: non tutto il reddito viene tassato con la stessa percentuale, ma ciascuna porzione è soggetta all'aliquota prevista per il relativo scaglione.
Attualmente gli scaglioni IRPEF sono tre:- Fino a 28.000 euro: aliquota del 23%;
- Da 28.001 a 50.000 euro: aliquota del 33%;
- Oltre 50.000 euro: aliquota del 43%.
Ne consegue che solo chi percepisce un reddito superiore a 50.000 euro è soggetto all'aliquota marginale del 43%, e comunque esclusivamente sulla parte di reddito che supera tale soglia. I primi 50.000 euro continuano infatti a essere tassati con le aliquote previste dagli scaglioni inferiori.
A ciò si aggiunge un ulteriore elemento spesso trascurato nel dibattito pubblico: detrazioni e deduzioni fiscali possono ridurre in misura significativa il carico fiscale effettivamente sostenuto dal contribuente. Per questo motivo, dire che il lavoro sia tassato «oltre il 40%» è corretto solo se ci si riferisce all'aliquota marginale applicata ai redditi più elevati, mentre l'aliquota media effettivamente pagata risulta generalmente più bassa.Rendite finanziarie: perché il 26% non è sempre la tassazione effettiva
La tassazione delle rendite finanziarie segue regole molto diverse rispetto all'IRPEF. Nella maggior parte dei casi si applica un'imposta sostitutiva del 26%, mentre i proventi derivanti da titoli di Stato italiani ed equiparati beneficiano dell'aliquota agevolata del 12,5%. È evidente che, nelle sue dichiarazioni, Schlein facesse riferimento al primo caso.
Il punto, però, è un altro: quel 26% spesso non rappresenta la tassazione complessiva effettivamente subita dall'investitore. Nel mondo degli investimenti entra infatti in gioco il tema della doppia imposizione fiscale internazionale.
Immaginiamo un risparmiatore che voglia costruire una rendita passiva per integrare la pensione investendo in azioni che distribuiscono dividendi. Se il portafoglio fosse composto esclusivamente da società italiane, il problema sarebbe relativamente contenuto. Tuttavia, una strategia di investimento concentrata su un solo Paese difficilmente rappresenta una scelta efficiente dal punto di vista della diversificazione.Se, invece, l'investitore acquista azioni, ad esempio, di società statunitensi, i dividendi sono soggetti a una prima ritenuta fiscale negli Stati Uniti, pari al 15%, e, successivamente, vengono tassati anche in Italia con il 26%. È questo il fenomeno della doppia imposizione.
La situazione può diventare ancora più articolata quando si investe attraverso ETF o fondi comuni. In alcuni casi, infatti, il prelievo fiscale può interessare più livelli della catena di investimento: nel Paese in cui ha sede la società che distribuisce il dividendo, nel Paese di domicilio del fondo o dell'ETF e, infine, in Italia.
Di conseguenza, il carico fiscale complessivo può risultare ben superiore al 26% e, in alcuni casi, può arrivare a superare anche il 50%.A ciò si aggiunge l'imposta di bollo dello 0,2% annuo sul valore degli strumenti finanziari detenuti. Si tratta di un'imposta patrimoniale che è dovuta indipendentemente dal fatto che il portafoglio abbia generato un guadagno o una perdita.
Per questo motivo, affermare semplicemente che «le rendite finanziarie sono tassate al 26%» restituisce un'immagine solo parziale della realtà. La tassazione degli investimenti è molto più articolata e dipende da numerosi fattori, tra cui il tipo di strumento utilizzato, il Paese in cui si investe e l'eventuale applicazione delle convenzioni contro le doppie imposizioni.Su questo tema abbiamo già pubblicato un approfondimento dedicato, nel quale spieghiamo nel dettaglio come funziona la tassazione internazionale degli investimenti e quali strumenti consentono di ridurne legalmente l'impatto fiscale.
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Nuovo ETF globale di Amundi, più diversificazione grazie alla ponderazione basata sul PIL
30 giugno, di Pietro Pisello — ETF e Fondi
È arrivato un nuovo ETF azionario globale che prova a risolvere uno dei limiti più discussi degli indici azionari tradizionali, cioè la forte concentrazione su poche grandi società.
Si tratta del Amundi FTSE All World GDP-Weighted, un ETF azionario che investe sia nei mercati sviluppati sia in quelli emergenti, ma introduce una logica di ponderazione alternativa rispetto ai classici indici basati sulla capitalizzazione di mercato.
Questa impostazione mira a rendere il portafoglio più equilibrato e diversificato, riducendo il peso dei giganti del mercato e aumentando quello delle aree meno rappresentate, ma resta da capire se questa maggiore diversificazione teorica si traduca effettivamente in un miglior rapporto rischio-rendimento per l'investitore. Vediamo meglio di cosa si tratta.
ETF globali e concentrazione USA: il nuovo Amundi GDP-Weighted come alternativa
Gli ETF globali più diffusi, come il FTSE All World o l'MSCI World, sono costruiti sulla base della capitalizzazione di mercato: in altre parole, maggiore è il valore di una società in Borsa, maggiore sarà il suo peso all'interno dell'indice.
Questo meccanismo, nel tempo, ha però generato un effetto di crescente concentrazione, con una forte esposizione al mercato statunitense, molto più elevata rispetto al peso reale che gli Stati Uniti hanno sull'economia mondiale complessiva.Il nuovo Amundi FTSE All World GDP-Weighted propone invece un'impostazione alternativa: il peso dei singoli Paesi non è determinato dalla capitalizzazione delle società quotate, ma dalla dimensione della loro economia reale, misurata attraverso il PIL.
Dal punto di vista tecnico, si tratta di un ETF ad accumulazione, a replica fisica e senza copertura valutaria. Il TER è pari allo 0,30% annuo. Essendo uno strumento di recente introduzione, presenta ancora una capitalizzazione molto contenuta, intorno ai 12 milioni di euro, soprattutto se confrontata con quella dei suoi omologhi più diffusi.
In sintesi, si tratta di uno strumento interessante ma non privo di limiti. La vera domanda, però, è se una composizione di questo tipo sia davvero più efficace nel lungo periodo: vale la pena approfondire qualche ulteriore riflessione.ETF globali: il nuovo Amundi GDP-Weighted è davvero un'alternativa all'MSCI World?
È indubbio che il nuovo Amundi FTSE All World GDP-Weighted rappresenti un'alternativa agli indici azionari globali più tradizionali, soprattutto per la sua capacità di ridurre l'esposizione agli Stati Uniti e aumentare la diversificazione complessiva del portafoglio.
Nel classico FTSE All World, infatti, gli Stati Uniti pesano circa il 62% dell'indice, mentre con questo nuovo strumento la loro incidenza scende sensibilmente, portandosi a poco meno della metà di quel livello, intorno al 30%.Tuttavia, questo diverso approccio apre anche alcune riflessioni rilevanti. Ad esempio, la seconda economia per peso diventa la Cina, con circa il 17% dell'indice. La domanda, quindi, è legittima: è corretto attribuire un peso così elevato a un singolo Paese, seppur la seconda economia mondiale, considerando che si tratta di un mercato che, per molti aspetti, non può ancora essere equiparato a quelli occidentali in termini di apertura e trasparenza? Non tutti gli investitori, infatti, potrebbero essere disposti ad accettare un'esposizione di questo tipo.
Questo strumento resta comunque uno spunto interessante e una possibile alternativa che merita attenzione. Allo stesso tempo, però, esistono strategie potenzialmente più flessibili. Ad esempio, una soluzione per ridurre la concentrazione sugli Stati Uniti senza rinunciare alla semplicità del portafoglio potrebbe essere quella che revede l'utilizzo di tre ETF distinti:
- uno per l'azionario americano, S&P 500 può andare benissimo;
- uno per il resto dei Paesi sviluppati (cosiddetti world ex USA)
- infine, uno per i paesi emergenti.
In questo modo, vi è la possibilità di modulare in modo più preciso il peso di ciascuna area geografica. Abbiamo già approfondito questa strategia in un articolo dedicato a cui rimandiamo per completezza.
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Fuga record dagli ETF su Bitcoin. La criptovaluta è ai minimi da ottobre 2024
26 giugno, di Flavia Provenzani — Criptovalute
Gli ETF spot su Bitcoin quotati negli Stati Uniti hanno registrato deflussi netti per 6,4 miliardi di dollari negli ultimi trenta giorni, il peggior mese dall'avvio di questi strumenti nel 2024. Lo segnala Mizuho, una delle maggiori banche d'investimento asiatiche, in una nota di giovedì. Solo nell'ultima settimana, secondo i dati di SoSoValue, gli investitori hanno ritirato altri 651 milioni.
La pressione di vendita si inserisce in un quadro già difficile, con la quotazione del Bitcoin che è scesa sotto quota 60.000 dollari, ai minimi ottobre 2024. Il ribasso si protrae ormai da otto mesi rispetto al picco storico di circa 126.000 dollari, mentre oggi viaggia a 59.670 dollari.Le ragioni di una tale fuga sono presto dette. Gli investitori istituzionali stanno riducendo l'esposizione al rischio in risposta a un prezzo debole e a timori sui tassi di interesse della Federal Reserve, banca centrale degli Stati Uniti. E gli ETF su Bitcoin si sono rivelati essere lo strumento più rapido per alleggerire le posizioni. Sul fronte della concorrenza per il capitale speculativo, la criptovaluta si trova a fronteggiare avversari sempre più agguerriti, dall'intelligenza artificiale all'IPO di SpaceX, per non parlare dei mercati predittivi, tutti ben capaci di attirare buoni flussi che in altri momenti sarebbero finiti sul mercato crypto.
Sul piano regolatorio, il disegno di legge statuntese CLARITY Act, incentrato sulla struttura del mercato delle criptovalute, rischia di slittare all'autunno, scalzato dalle altre priorità legislative che si accumulano all'ordine del giorno del Congresso.
Giugno è cominciato con un sell-off innescato da Strategy (ex MicroStrategy), la società pioniera nell'accumulare Bitcoin, che ha ceduto una quantità piccola ma simbolicamente significativa dei suoi coin. Non è il driver principale del prezzo in questo momento, ma le mosse dell'azienda non sono mai del tutto scollegate dal sentiment degli investitori. Giovedì il titolo preferenziale STRC di Strategy è precipitato a 73,62 dollari, il 26% sotto il valore nominale di 100 dollari (un minimo storico), mentre le azioni ordinarie estendono un sell-off plurisettimanale che ha portato il titolo a perdere circa il 45% solo nel mese di giugno.
Nonostante il pessimismo diffuso, questa correzione di Bitcoin oggi appare meno brutale rispetto ai crypto winter a cui abbiamo assistito in passato. Il motivo principale, secondo Sam Callahan, direttore della strategia su Bitcoin presso la società di tesoreria OranjeBTC, è la progressiva istituzionalizzazione del mercato:
«Ciò che distingue il Bitcoin di oggi dai mercati ribassisti precedenti è che è più istituzionalizzato. Il profilo di volatilità è più basso rispetto al passato, perché la base di investitori è più ampia e il mercato è più liquido. Bitcoin non è più tanto un asset detenuto dai piccoli investitori retail: è più istituzionalizzato adesso»,
ha dichiarato a CNBC.